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11.25 The Day Mishima Chose His Own Fate

In Un certain regard, un nuovo straordinario film di Koji Wakamatsu che guarda alla figura di Yukio Mishima, al suo suicidio e al suo dissidio interiore tra scrittura e azione.

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Recensionescritta da Alessandro Aniballi

Trovare ancora oggi un tipo di cinema come quello di Koji Wakamatsu è un sollievo per chi continua a vedere nella macchina cinematografica uno strumento di riflessione politico-sociale e la via privilegiata per mettere sotto osservazione il proprio paese di provenienza. 11.25 The Day Mishima Chose His Own Fate (11.25 Jiketsu no hi, Mishima yukio to wakamonotachi), presentato nella sezione Un certain regard a Cannes 65, fa parte di questa schiera sempre più ristretta di anno in anno. Wakamatsu, al pari di suoi colleghi come Nagisa Oshima e Shohei Imamura, ha costruito negli anni una critica radicale e sovversiva della società giapponese, partendo da posizioni di estrema sinistra e impegnandosi politicamente in prima persona.
Parve perciò una riflessione inevitabile sulla temperie del movimento studentesco nipponico degli anni ’60 quella che il cineasta propose quattro anni fa alla Berlinale con United Red Army, in cui analizzava lucidamente le contraddizioni interne al movimento brigatistico giapponese, tanto chiuso in una rigidezza logico-morale da arrivare all’autofagia.
E pare dunque un atto necessario, quanto a prima vista meno ovvio (perché ideologicamente su posizioni opposte), il film dedicato allo scrittore Yukio Mishima, leggendaria figura di letterato e controverso esponente dell’estrema destra giapponese, rigoroso nella sua etica fino all’estremo gesto del seppuku (il suicidio rituale) che mise in pratica il 25 novembre del 1970 (da cui il titolo del film).
11.25 The Day Mishima Chose His Own Fate non si limita però agli ultimi atti della vita dell’autore di La via del samurai; ne ripercorre piuttosto gli ultimi dieci anni di vita, in modo da mettere a confronto le evoluzioni della personalità dello scrittore con i mutamenti della società giapponese degli anni ’60, quindo l’insorgere dei movimenti di sinistra raggiunse il suo apice. Con uno stile ormai lungamente assodato – e che si potrebbe definire brechtiano e ispirato da un colto didatticismo – Wakamatsu passa da riprese d’archivio e foto di giornali d’epoca (commentati freddamente in voice over) alla ricostruzione degli incontri e delle relazioni di Mishima, sequenze che sono costruite su una icasticità scenica in cui il ruolo primario viene sempre affidato alla parola e in cui la fotografia è estremamente povera,  proprio perché – sopra tutti – conta la nettezza dell’immagine e la sua immediata leggibilità (lo stesso uso della musica funziona da enfasi per la parola, da lieve sottolineatura drammatica).

Emergono dunque man mano – attraverso i lunghi dialoghi – le contraddizioni interiori del protagonista, che rinuncia progressivamente alla carriera letteraria per una necessità vitalistica di passare all’azione, di mettere in atto gesta violente pur di dar voce alle sue esigenze: ritornare al Giappone tradizionale, quello della divinità dell’imperatore, e quello privo di un sistema democratico costruito sul modello degli Stati Uniti.
Ma, di fronte all’immobilismo e al cinismo di esponenti della destra istituzionale, interessati più a soluzioni machiavelliche e a repressioni di contenimento, Mishima finisce per rendersi conto dell’estremo isolamente in cui vive e – finalmente consapevole di essere un uomo figlio di un mondo ormai scomparso – decide di optare per il suicidio rituale quale ultimo atto di una illusoria vita da samurai.

Pur non condivedendo ovviamente le convinzioni ideologiche-politiche di Mishima, Wakamatsu riesce a metterne in scena il sincero rovello interiore e la drammaticità di una figura auto-relegatasi ai margini, così come tesse sapientemente sia le relazioni personali (come ad esempio il legame che costruisce con il suo allievo prediletto) sia ogni tipo di dibattito ideologico. Resta mirabile in tal senso il lungo confronto che Mishima intavola in una università occupata dagli studenti di sinistra, un botta e risposta, serrato quanto commovente, che dà il via alla sua sconfitta umana e politica.

ALESSANDRO ANIBALLI

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