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Italian Graffiti

Italian Graffiti
Percorsi italiani nella (s)memoria cinematogrfaica collettiva

Io la conoscevo bene” (1965) di Antonio Pietrangeli: lo zenit della commedia all’italiana, dove convenzioni e marchi di fabbrica si trasformano in consapevole arte sublime

(Rubrica a cura di Massimiliano Schiavoni)

italian graffiti23/03/10 – Si può definire “commedia”, all’italiana o meno, un film che si chiude col suicidio della protagonista? La questione può sembrare capziosa e fine a se stessa, ma nel caso di Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli il dubbio è funzionale a una reale riflessione sull’opera e, in senso lato, su una tendenza creativa che ha caratterizzato buona parte del cinema italiano. Nel 1965, quando il film vede la luce, il pubblico ha già assistito tre anni prima al finale-shock de Il sorpasso di Dino Risi, che all’epoca fu da più parti criticato. In realtà, anche Dino Risi aveva già informato il suo film, per tutta la narrazione, di note dissonanti, di aperture amare, ciniche, “che fanno ridere” ma che mettono pure a disagio. E quella chiusura così agghiacciante non era poi un totale fuor d’opera come forse apparve alla critica del tempo. In Io la conoscevo bene il procedimento è ancora più radicale. Pietrangeli adotta largamente i canoni della commedia all’italiana, in particolare della commedia anni ’60, a partire, per esempio, dall’elaboratissima colonna sonora, fatta di canzoni e canzonette popolari dell’epoca, alternate a uno dei più memorabili commenti musicali di Piero Piccioni. La musica non abbandona quasi mai la narrazione e il compositore giunge già a una prima sintesi stilistica tramite il suo commento musicale, mosso e divertito come da convenzione ma, nel suo breve refrain ripetuto e variato all’infinito, già dissonante e tagliente. Poi Pietrangeli segue la protagonista in contesti sociali di spiagge, dancing, party, con frequente affollamento dell’inquadratura. E’ l’Italia con le sue convenzioni del tempo, sia sociali sia strettamente cinematografiche, a partire dalla “Domenica d’agosto” di Luciano Emmer d’inizio anni ’50 per passare in mezzo a decine di film più o meno riusciti, fino all’apoteosi, sempre nel 1965, de “L’ombrellone” di Dino Risi. Infine, l’interminabile sfilata di cotonature e grotteschi abbigliamenti femminili, ossessione anche della protagonista, che risulta, come dice Paolo Mereghetti, “vittima di una società che la ferisce e a cui cerca di adeguarsi nell’unico modo che conosce: cambiando vestito e pettinatura dopo ogni fallimento”.

Pietrangeli, dunque, colloca la sua Adriana al centro di un reticolo d’immagini tutto radicato nella convenzione della commedia all’italiana. Ma la collocazione è dissonante fin dalle prime battute. Il commento musicale di Piccioni appare già drammatico perché applica un commento divertito a una narrazione per immagini che non ha quasi mai nulla di comico. I luoghi comuni sulla commedia “cattiva” all’italiana, fatta di cinismo e di riso dissacrante, sono ben noti a tutti. Tuttavia il personaggio di Adriana si delinea per drammatico fin da subito, non appena si comprende che la sua ingenuità e inconsapevolezza di sé confliggono con un ambiente sociale spietato. Adriana ci fa anche sanamente ridere (meravigliosa la scena al commissariato, dove il candore della ragazza mette a dura prova la rigidità di un agente dell’ordine), ma nello spettatore prevale sempre un senso di disagio, e una crescente, fortissima empatia. Tramite lo scontro e l’esplosione di tali elementi formali, Pietrangeli pare pervenire a una prima, e probabilmente unica, riflessione consapevole sugli strumenti della “commedia all’italiana”, che, si badi bene, è una categoria estetica creata a posteriori, storicizzata in un secondo momento. Nessuno degli autori degli anni ’50-’60, per intenderci, sapeva, durante la sua attività, che stava contribuendo alla costruzione della commedia all’italiana. In un secondo momento, tale canone espressivo è stato individuato e “isolato”, nelle sue linee caratterizzanti, dalla critica Io_la_conoscevo_benee dagli stessi autori. Perciò Io la conoscevo bene lascia letteralmente a bocca aperta, perché si propone come rielaborazione estetica, ed estremamente stilizzata, di un canone ancora in via di definirsi, raggiungendo vette di amarezza, e di disagio percettivo per lo spettatore, mai più eguagliate. Si prenda tutta la sequenza della festa mondana tra cinematografari: si può ridere dell’esibizione parossistica del personaggio di Ugo Tognazzi, mentre fa il treno tramite una sorta di balletto su un tavolo? In quella sequenza, Pietrangeli inserisce lo spettatore nel film. Tognazzi si esibisce, gli altri intorno lo guardano e ridono di lui, e lo spettatore, vedendo il riso in atto nella narrazione e percependone la violenza disumana, non ride. Si può ridere dell’umiliazione che Adriana subisce alla proiezione della sua intervista per il cinegiornale, rimontata in chiave di scherno? Pietrangeli mette profondamente in crisi le chiavi di lettura, e le “chiavi emotive” dello spettatore, tenendolo sempre sospeso tra due emozioni fortemente scisse. Facendo un po’ vergognare chi ride, e chi fa film deridendo una realtà che avrebbe bisogno, invece, di uno sguardo meno cinico. Ambientando, infatti, tutto il film nel sottobosco della cinematografia romana del tempo, Pietrangeli pare imbastire un atto d’accusa non tanto verso la spietatezza di una sociosfera, quanto verso gli strumenti espressivi di quella sociosfera, che non si fa scrupoli a deridere e schiacciare ogni umana debolezza, nel cinema come nella vita. Punto più alto di una stagione creativa, mai più raggiunto da nessun altro, e inizio della parabola discendente, quando cioè la stilizzazione sempre più impazzita diventerà tale da trasformarsi in cristallizzazione amorfa e senza vita.

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