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Carrisi dirige un film senza innocenti? Al RomaFF12

Peccato, vanità, circo mediatico, share da inseguire, un professore. Questi gli elementi de La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi, romanziere alla sua prima regia. Le nostre interviste all'autore e a Jean Reno, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Michela Cescon. Al cinema dal 26 ottobre.

Intervista a Donato Carrisi a cura di Giovanna Barreca
Intervista a Michela Cescon a cura di Giovanna Barreca
Intervista a Jean Reno a cura di Giovanna Barreca
Intervista ad Alessio Boni a cura di Giovanna Barreca
Intervista a Lorenzo Richelmy a cura di Giovanna Barreca

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“Ho scritto prima la sceneggiatura e poi il libro” ci spiega Donato Carrisi che da romanziere di fama internazionale, diventa regista della sua prima trasposizione cinematografica La ragazza nella nebbia, in sala dal 26 ottobre in 400 copie per Medusa e film di pre-apertura della dodicesima edizione della Festa del cinema di Roma.

“Finalmente l’agente Borghi (Lorenzo Richelmy) – poliziotto mandato a indagare col detective Vogel (Toni Servillo) sulla scomparse di una sedicenne di nome Anna Lou, una ragazzina semplice e anonima – ebbe chiara la sensazione provata poco prima, quando si era trovato a guardare la scena che aveva già visto come se non la conoscesse. Era l’effetto della televisione. Era come se lì le parole, i gesti assumessero una nuova consistenza. Un tempo la tv si limitava a riproporre la realtà, adesso era l’artefice del processo inverso. La rendeva tangibile, consistente. La creava”. E il contenuto di pagina 47 del romanzo, è la sintesi perfetta dell’intreccio narrativo del film. Il giallo-thriller con tinte noir ha tanti protagonisti: l’agente Vogel tutto tattica e opportunismo, più interessato allo share che alla verità, il professore Martini (Alessio Boni) che da subito appare ambiguo ma sul quale non si sono indizi chiari che lo colleghino alla ragazza, il paese e il circo mediatico che si forma e che nutre i tanti mostri. Infatti, in conferenza stampa Carrisi afferma: “C’è una cosa che nessuno dice: il crimine è un business. Il “Corriere della sera” mi mandò in uno sperduto paesino di provincia dove c’era una pizzeria che stava fallendo. I riflettori si sono accesi, i giornalisti dovevano essere cibati, il circo metteva le tende. Poi sono arrivati i turisti dell’orrore e la pizzeria si è risollevata. C’è una ricaduta economica e riguarda anche i media perché per coprire un fatto di cronaca basta un inviato e un cameraman e si può riempire il palinsesto di un’intera giornata. Costa meno di una fiction e rende di più di una fiction. C’è un circo meditico e un circolo vizioso che riguarda i media, gli investigatori e il pubblico famelico. Nessuno si può assolvere e tantomeno io che faccio parte di questo modo di esplorare la realtà. Forse è l’effetto della nostra epoca. In questo film, anche per questo, non ci sono innocenti. All’inizio della narrazione è come se rompessimo uno specchio e consegnassimo agli spettatori i frammenti di questo specchio per ricomporlo, come in un mosaico. L’immagine finale ottenuta non è solo quella del mostro ma anche quella del proprio riflesso in quello specchio”. E la conclusione del pensiero del regista è vera e inquietante al tempo stesso: “Se durante la visione vi siete fidati di alcuni personaggi, forse siete un po’ mostri anche voi”.

Affrontare una regia cinemografica sicuramente non è facile per un romanziere che si esprime attraverso un altro linguaggio, anche se sicuramente la scrittura di Carrisi si sviluppa già per immagini. E così, per spiegare ai più come ha affrontato la sfida racconta: “Mi è sempre piaciuto pensare che il racconto debba passare attraverso il filtro di una persona ma poi raccogliere le istanze di più persone. Non penso alla professione di scrittore come una professione indivuduale, ha bisogno di una team. La ragazza nella nebbia è un film di autori perchè ognuno ha avuto modo di portare il suo contributo e non parlo solo degli attori. Tutti hanno messo qualcosa. Io ho dovuto solo ispirarli. Io ho dato molta fiducia e il risultato è un grande lavoro di squadra. Per esempio, quando ho raccontato Martino ad Alessio Boni, il personaggio era imperfetto, gli mancava qualcosa. Quando Alessio me l’ha riportato sul set quel qualcosa c‘era e non lo avrei mai portato da solo perché non era nella mia testa. Jean Reno ci ha detto che voleva recitare in italiano ed era una grossa incognita perché non ero più padrone dell’interpretazione, del tono e invece, come avete avuto modo di vedere, il personaggio è cresciuto scena dopo scena. Così con Toni Servillo, anche se il personaggio – come ho dichiarato più volte – è nato con la sua faccia.
Il suono del telefono che sentite all’inizio del film quando Reno sollega la cornetta, non si adatta al tipo di telefono che avevano in scena perchè è venuto dopo. Il nostro rumorista Italo lo custodiva da anni e lo voleva regalare a Reno: è il suono del telefono che apre C’era una volta in America. Ognuno ha aggiunto qualcosa del suo immaginario. Fare il regista così è stato facile e divertente”.

Sicuramente a differenziare molto il libro dal film è l’atmosfera volutamente “vintage” data all’opera filmica che omaggia il genere noir degli anni Sessanta, il thriller anni Novanta (Carrisi cita Il silenzio degli innocenti che nel 1992 gli cambiò la vita, i film di Luc Besson – e per questo motivo era fondamentale per l’autore avere Jean Reno nel ruolo dello psichiatra Flores -, I soliti sospetti). Secondo elemento è sicuramente la scelta di un obiettivo anamorfico, una grana molto vecchia che regala la sensazione di consumato, vissuto e un lavoro fondamentale hanno anche le musiche orchestrali.

Proprio perchè il ruolo è molto ambiguo Jean Reno, nella nostra intervista, ha potuto svelare poco del suo Flores, mentre Alessio Boni, Michela Cescon, Lorenzo Richelmy ci raccontano nel dettaglio come si sono calati nei loro personaggi e soprattutto Boni che nel “labirinto” ha un ruolo ben preciso, prova ad addentrarsi nel cuore del suo personaggio e forse di tutto il film attraverso un concetto che torna più volte: “Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità”.

giovanna barreca

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