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#Short – Leconte e il suo cinema

Ospite d'onore del festival, Patrice Leconte ci rivela che tornerà sul set da ottobre con Daniel Auteuil, adattando un'opera di George Simenon.

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“Per Le mari de la coiffeuse (Il marito della parrucchiera) un produttore mi disse che voleva realizzare il mio primo lungometraggio. Io gli ho raccontato la storia di un ragazzino che ama avere i capelli corti e pensa che le parrucchiere siano donne eccezionali e poi cresce e ne sposa una. E sono felici. Sorprendentemente, al termine di questo breve racconto, ha affermato: “Perfetto, produciamo questo film”. Quando siamo usciti dal ristorante ho capito che è la follia di quest’uomo che mi ha dato l’audacia di realizzare il film e forse molti altri a seguire. E durante tutto il tempo della scrittura e della realizzazione de Il marito della parrucchiera temevo che, visto che si tratta di un film molto fragile e intimo, non potesse interessare nessuno e invece ha avuto un grande successo. E questo dimostra che un regista non si rende davvero conto di cosa stia realizzando quando è immerso in un progetto”.

Così inizia il racconto del cinema di Patrice Leconte all’auditorium Santa Margherita, dove il regista francese è l’ospite d’onore del Ca’ Foscari Short film festival, il primo festival europeo interamente ideato, organizzato e gestito dagli studenti universitari, coordinati dalla professoressa Roberta Novielli, direttrice artistica della kermesse. Quest’anno sono giunti alla selezione finale 30 cortometraggi (dei 3400) provenienti da scuole di cinema di 34 paesi diversi.

Analizzando alcune scene dei suoi film più amati il pubblico ha avuto la possibilità di ascoltare aneddoti ed entrare meglio nella poetica dell’autore francese che vanta all’attivo oltre 30 lungometraggi di finzione con felici incursioni anche nel cinema d’animazione.
Diamo conto di alcuni passaggi dell’incontro col pubblico e anche stralci della nostra intervista.

-Nel film Le mari de la coiffeuse, la parrucchiera è interpretata da Anna Galiena.
Per quel ruolo volevo che fosse un’attrice poco nota, originale e che il pubblico avesse voglia di conoscerla. Avevo visto una foto di Anna e sono andato a Roma per incontrarla. Sono arrivato in anticipo, lei puntualissima. Ha attraversato il bar dell’albergo, si è seduta davanti a me e in 3 secondi e mezzo ho capito che sarebbe stata lei la mia attrice. Per me è stata una cosa ovvia e tanti spettatori si sono innamorati di lei.

-Ridicule (1996) è dominato da colori fiammeggianti, La ragazza sul ponte del 1999 è girato in bianco e nero. Ciò dimostra che è interessato a tutte le tecniche e tutte le capacità visive del cinema?
Mi piace fare cose diverse per non annoiarmi e la cosa che mi emoziona di più è affrontare progetti dei quali non sono certo di riuscire. Ho deciso di realizzare La ragazza sul ponte in bianco e nero perché solitamente ci sono troppi colori nel musical e io volevo evitarli. Per ogni progetto mi pongo una domanda: “Come metterò in scena questo film?”

-Il La Veuve de Saint-Pierre (L’amore che non muore mai) non c’è un amore osmotico come ne Il marito della parrucchiera ma una coppia che si apre agli altri e cerca di salvare un condannato a morte dalla ghigliottina. Uno dei messaggi del film è che la redenzione è sempre possibile?
Nessuno di noi è cattivo al 100% e c’è sempre qualcosa da salvare in ogni essere umano.
-Un film con una grande lealtà tra uomini …
Sì ed è anche la prima volta sul set da attore del regista Emir Kusturica. L’ho proposto ai miei produttori e dopo la sorpresa iniziale di tutti, si è rivelata una scelta vincente perché è stato bravissimo nel suo ruolo.

-Ne Una promessa (2014) c’è la scena che vede i due protagonisti bloccati nella carrozza durante il temporale. L’universo dei due sembra nascere e finire all’intero di questo spazio. Com’è stata ideata?
Come spettatori sappiamo prima dei due protagonisti che c’è questo desiderio d’amore, sappiamo che sono innamorati l’uno dell’altra ma non se lo possono e vogliono dire. E averli bloccati in questa carrozza da cui non possono uscire ci fornisce uno spazio di avvicinamento sentimentale molto forte. C’è del desiderio che permane; è una situazione molto forte e banale che dona un potere formidabile alla loro relazione.
-In quel film è importante anche il rapporto dei personaggi con la casa della protagonista dove nasce il loro amore e dove non possono esprimerlo. In generale come si rapporta agli spazi scenici e come chiede ai suoi attori di viverli?
Avviene tutto in maniera molto semplice perché gli attori sono delle persone molto sensibili e intelligenti e quando li mettiamo in un luogo, quando li mettiamo in scena si immedesimano con confidenza nella situazione che abbiamo immaginato per loro. Per Ridicule ho avuto io un problema perché per poter realizzare il film e non lasciarmi sedurre dalla scenografia, dai calessi, le parrucche ecc. ogni giorno, mentre raggiungevo il set, mi ripetevo: “Non faccio un film d’epoca, non faccio un film d’epoca”. Me lo sono imposto perché non volevo fare un film troppo classico e volevo aver la sensazione di essere libero di giocare con le luci e con tutti gli altri elementi. Inoltre per Ridicule ho costretto Jean Rochefort a tagliarsi i baffi perché gli uomini del Settecento non li portavano. E Jean lo fece ma aggiunse: “Guarda che senza i miei baffi mi sento nudo”.

-Pensa sia possibile trovare un aggettivo che sappia definire il suo rapporto con Jean Rochefort?
C’era tra noi una relazione di fiducia incredibile e Jean sapeva che ogni nuovo film lo avrei portato su un nuovo cammino. Adorava quando gli parlavo di un nuovo progetto perché sapeva che ci saremmo divertiti insieme a fare delle cose nuove. La nostra relazione era basata sulla fiducia, il godimento della vita e anche sulla pazzia.
Per esempio quando abbiamo girato Il marito della parrucchiera mi ha chiesto se ci sarebbe stato un coreografo per insegnargli a ballare. Gli ho risposto “Assolutamento no, voglio che tu balli come se fossi un bambino”. Mi ha risposto: “Bene, meglio così” e inventò da solo la sua maniera di ballare, folle ed emozionante e aggiungerei commovente. Inoltre gli dissi che avremmo fatto un unico ciak della scena; volevo che tutto il set fosse il primo spettatore a vedere quest’uomo ballare.

-Johnny Hallyday e Jean Rochefort, sono la coppia inedita protagonista de L’homme du train (L’uomo del treno) del 2002.
Ho incontrato Johnny alla cerimonia dei César ed era un uomo che amava molto il cinema e alla fine della nostra conversazione mi ha detto, in maniera molto delicata, che gli sarebbe piaciuto essere filmato da me. Così ho pensato di farlo incontrare con Jean Rochefort, per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. E funzionavano meravigliosamente. Il film è stato selezionato per partecipare, in concorso, alla Mostra del cinema di Venezia e siamo venuti a presentarlo tutti e tre con le nostre rispettive mogli. Il film è stato molto applaudito alla prima e ci siamo alzati, inginocchiati per ringraziare e Johnny si è inclinato verso di me e mi ha sussurrato che era il giorno più bello della sua vita. La frase mi ha turbato e dopo gli ho chiesto il perché, visto che ci sono stati stadi colmi che lo hanno applaudito. E mi ha rivelato: “Questa sera sono stato applaudito come attore”. E ciò mi bastò.

-Il concorso di cortometraggi di giovani autori è il cuore del Ca’ Foscari short film festival. Anche lei ha iniziato con il cinema corto, dov’è fondamentale il giusto potere di sintesi. È attraverso questa prima palestra che ha imparato a scrivere sapendo dosare leggerezza e ironia con intelligenza?
Io ho realizzato molti corti per apprendere il mestiere e l’ironia e la leggerezza sono da sempre il mio modo di raccontare storie. Un consiglio che darei a tutti, non solo ai registi, è di essere interessati nei confronti del mondo che ci circonda, degli incontri, delle persone. Cerchiamo di avere gli occhi aperti su quello che ci circonda e non sempre su uno smarphone.

-E dei suoi inizi come critico dei Cahier du cinéma, cosa può dirci?
Non ho lavorato a lungo per la rivista perché volevo scrivere solo dei film che mi piacevano. Scriverne mi ha aiutato a capire meglio perché amo un film e a saperlo spiegare agli altri.

-Nel suo cinema spesso si racconta la contemporaneità indagando le nevrosi e i disagi. Cosa l’affascina delle zone d’ombra dell’animo umano?
Quello che mi interesa è che c’è sempre qualcosa da imparare da tutti, e sono sempre interessato alle persone semplici, banali nelle quali trovo delle storie formidabili.

-Per mesi si è parlato del suo film con Alain Delon. L’attore le ha chiesto di scrivere e di dirigere quello che voleva fosse il suo ultimo film. Poi il progetto è naufragato . Ora sta lavorando ad altro?
Fortunatamente sì anche perché se mi fermassi non saprei cosa fare, mi annoierei troppo. Adoro girare film e quindi ho un nuovo progetto con Daniel Auteuil che girerò questo autunno, tratto da Georges Simenon. Ma, scusi, per ora preferisco non dire altro.

Traduzione a cura di Silvia Gastaldo e Irene Muraca.

giovanna barreca

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