SCHEDA FILM
Trama: Durante la notte, tre macchine conducono un gruppo di uomini – poliziotti, un procuratore, un medico e due fratelli accusati di omicidio – attraverso l’area rurale che circonda Keskin, città dell’Anatolia, alla ricerca del punto in cui dovrebbe essere sepolto il corpo della vittima. Durante il viaggio, scandito dalla conversazione sui più disparati argomenti, affiorerà a poco a poco la dinamica dell’accaduto.
Titolo originale Bir zamanlar Anadolu’da
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Sceneggiatura: Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan, Ercan Kesal
Fotografia: Gökhan Tiryaki
Cast: Muhammet Uzuner (dottor Cemal), Yilmaz Erdogan (commissario Naci), Taner Birsel (procuratore Nusret), Ahmet Mümtaz Taylan (autista Ali), Firat Tanis (Kenan), Ercan Kesal (Mukhtar), Erol Erarslan (Yasar)
Anno: 2011
Durata: 150′
Origine: Turchia, Bosnia Erzegovina
Genere: drammatico, poliziesco
Produzione: Zeynofilm, Production 2006, 1000 Volt, Turkish Radio & Television (TRT), Imaj, Fida Film, NBC Film
Distribuzione: Parthenos srl
Data di uscita: 15 giugno 2012
A fine Festival si sa le manifestazioni si trasformano in lotterie, e anche Cannes 64 segue le medesime sorti. Dopo la proiezione di C’era una volta in Anatolia del regista turco Nuri Bilge Ceylan, penultimo film in concorso, si sono scatenati i bookmakers che lo danno come favorito, seguito a ruota dal poco convincente The Tree of Life e dal finlandese Le Havre. Ma le agenzie di scommesse, guidate dal solito noto Stanleybet, questa volta hanno registrato sia gli umori della critica che quelli del pubblico. Per un film non affatto facile e per giunta lungo quasi tre ore, con un regista notevolissimo ma anche di difficile fruizione che nel 2008, quando si conquistò con Le tre scimmie il Premio della miglior regia guadagnò anche l’appellativo dell’Antonioni turco. Un cineasta complesso che di certo lascia il segno come lo lasciano i suoi lavori: ricordiamo Uzak e I Climi. Questa volta si cimenta con una sorta di noir dalle atmosfere rarefatte, girato nelle stradine dell’Anatolia. Già si conosce l’omicida ma attraverso i ricordi del killer e le immagini che si porta dentro, il cineasta va alla ricerca della vittima. I suoi personaggi sono d’altri tempi: il procuratore e il patologo sembrano venuti fuori da un romanzo dell’800, per il pacato umorismo, per i racconti nostalgici ma ermetici che rivelano drammi interiori mai confessati, per un desiderio di fuga inesprimibile dal nulla e dai ricordi.
”Vivere in un piccolo paese è come un viaggio in mezzo alla steppa” ha confessato Ceylan durante la conferenza stampa. Ed infatti è la steppa la principale protagonista: colei che cela corpi, rende estranei e poveri gli abitanti, ma regala sensazioni meravigliose a chi sa guardare. E quale migliore occasione per il cineasta prima fotografo e poi regista, come Robert Bresson che cita come maestro, che perdersi negli spazi? Quando Ceylan deve tornare negli angusti ambienti della camera mortuaria il salto è talmente netto da creare un effetto quasi claustrofobico. Ma non a caso il regista riesce anche a lavorare sui corpi che divengono a contatto della sua macchina da presa figure rubate alla pittura figurativa sacra. Ma questo è soprattutto un film sulla solitudine, sull’incomunicabilità, sulla frustrazione e sul desiderio che riesce a suscitare rabbia: nel rancore infantile di un bambino che getta un sasso all’omicida del padre o orrore nell’apprendere che il morto è stato interrato vivo. Ma anche una pellicola che commuove nei suoi aspetti più reconditi, nelle figure marginali, come il sindaco di un piccolo borgo e la sua bellissima figlia, ben disegnate dagli sceneggiatori, Ebru Ceylan, moglie del regista e Kesal Ercan. Un vero angolo di poesia che potrebbe essere premiato con la maggior onorificenza.
Scritto il 21.05.2011