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5 (Cinque)

23/06/2011 Versione odierna e ironica del poliziottesco italiano anni '70, l'esordio al lungometraggio di Francesco Maria Dominedò è un corroborante intrattenimento estivo.

Ascolta le interviste di RADIOCINEMA ai protagonisti del film:

  • il regista Francesco Maria Dominedò
  • l’attore Matteo Branciamore
  • l’attrice Giorgia Wurth
  • l’attore Stefano Sammarco
  • l’attrice Emma Nitti
  • l’attrice Lidia Vitale
  • l’attore Alessandro Borghi
  • l’attrice Giada De Blanck
  • Gli amanti del cinema di genere possono tirare un sospiro di sollievo, il mai troppo rimpianto poliziottesco nostrano non è destinato a resuscitare soltanto per la Tv, magari annacquato in serie con carabinieri, preti poliziotto, cani poliziotto e bigi commissariati, né il suo unico futuro è declinarsi in ruspanti romanzi criminali seriali, ma può ancora aspirare all’ariosità del grande schermo. Ci vuole però il coraggio di una produzione ultraindipendente, pronta a lottare per farsi largo nello stantio mercato distributivo italiano e guadagnarsi così l’ambita uscita in sala. È proprio quello che è successo a 5 (Cinque) di Francesco Maria Dominedò, un gangster movie di borgata che gioca, sospeso tra l’omaggio e la rivisitazione ironica, con i cliché del poliziottesco (ma anche di Romanzo criminale-la serie) per restituirci uno spaccato di odierna (mala)vita di periferia. Tra rapidi zoom, carrellate dietro tendine di strass, macchina a mano che si avviluppa intorno a sinuose lap-dancers, il film di Dominedò, qui al suo esordio nel lungometraggio, ma con una carriera consolidata come attore (Il rabdomante, Cover boy, I fatti della banda della Magliana), narra la storia di cinque ex-compagni di riformatorio che, una volta liberi, intraprendono un lucroso traffico di cocaina, ma finiscono invischiati in affari più grandi di loro.

    Ambientato nella quartiere romano del Quarticciolo, 5 lascia trapelare qualche smagliatura nello script (troppe le sequenze nei night club, un po’ confuso lo sviluppo del plot, mentre la voice over scompare e riappare misteriosamente), ma trae la sua forza da un ritratto calzante e ruvido della periferia romana e da un cast affiatato pronto a tutto. Al centro della scena troviamo un inedito Matteo Branciamore (noto ai più per il ruolo di Marco ne I Cesaroni) qui nei panni di Manolo, un tossico ipercinetico, a guidare la gang c’è invece il corpulento Gianni (Stefano Sammarco, autore anche del soggetto del film), Alessandro Tersigni interpreta Fabrizio, il dandy della situazione (con tanto di sciarpine abbinate agli abiti) nonché amico del cuore di Luigi (Christian Marazziti) e infine c’è Emiliano (Alessandro Borghi) il più giovane e timido del gruppo. Largo spazio è concesso anche ai ruoli femminili, tra i quali spiccano la dolente e intensa Emma Nitti che interpreta la moglie di GianniPaola, alle prese con una figlia gravemente ammalata e un marito assente e Giorgia Wurth che incarna una stripper bella e dannata. In questo cast corale c’è posto anche per alcuni curiosi cameo: da Giada De Blanck, qui irriconoscibile nei panni di una lap-dancer ucraina, a Massimo Bonetti, nel ruolo di uno zingaro traffichino, da Angelo Orlando, un divertentissimo hacker con trapianto di capelli “riuscito male”, a Rolando Ravello, nelle improbabili vesti di un malavitoso coreano. Tra stordimenti operati da panni imbevuti di cloroformio, fumi alcolici di notti brave e possenti sniffate di sostanze stupefacenti, l’intrattenimento è garantito, a patto di chiudere un occhio su qualche difetto di scrittura, ma, in fondo, questo è solo cinema di genere.

    DARIA POMPONIO

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