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Italian Graffiti

12/07/11 - Boccaccio '70 (1962) di autori vari: il film a episodi "espanso", tre ore di durata per quattro storie sull'Italia che cambia agli inizi degli anni Sessanta.

Italian Graffiti – Percorsi italiani nella (s)memoria cinematografica collettiva a cura di Massimiliano Schiavoni

italian graffitiAnche il film a episodi, format di grande successo nel nostro cinema, ha il suo kolossal. Boccaccio ’70, reperibile in dvd Medusa, si presenta come tale: un tentativo di espandere, sublimare, dare profondità di campo, riflettere sulla nostra tradizione narrativa breve, che fin dal Trecento ha costituito uno dei generi più fortunati della nostra letteratura, riversandosi poi in forme di teatro, cinema e tv. In realtà l’opera giunge nelle sale quando il film a episodi non ha ancora conquistato una dilagante popolarità, come accadrà di lì a qualche anno. Però è evidente la volontà di superare i limitati orizzonti del film a sketch multiplo, spesso ridotti al profilo di mini-barzellette, secondo l’idea che anche tramite la “novella” si può aspirare a significative realizzazioni estetico-narrative. In pratica, i produttori Tonino Cervi e Carlo Ponti danno carta bianca a quattro dei nostri migliori autori dell’epoca (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica) per comporre racconti senza eccessive preoccupazioni di lunghezza. Tanto che, specie a Fellini, il racconto sfuggirà di mano giungendo a quasi un’ora di durata, e nel suo complesso Boccaccio ’70 supera le tre ore di proiezione.

L’idea unificante, come d’uso nel film a episodi, è tenue e non soffocante: una sottile polemica contro le censure dell’epoca, il proposito di riallacciarsi vagamente a Boccaccio non tanto nella sua sostanza provocatoria quanto, per l’appunto, nella preziosità della narrazione breve, e una riflessione sull’incipiente mercificazione della donna nella società del tempo. Questo, forse, è l’elemento coesivo che emerge con maggior evidenza. Da Sophia Loren premio di una riffa, a Romy Schneider moglie che si prostituisce al marito, ad Anita Ekberg corpo-simbolo di un manifesto pubblicitario del latte, a Marisa Solinas impiegata stritolata nelle maglie della neo-industrializzazione anni Sessanta. Quel che emerge con grande forza dal film nel suo insieme (con l’eccezione parziale dell’episodio di De Sica, il più infelice in assoluto) è un’estrema ricerca visiva, che si fa forte di un uso estremamente espressivo del colore, una delle prime occasioni nel nostro cinema in cui la fotografia a colori è piegata consapevolmente a strumento estetico. “Renzo e Luciana” di Monicelli, ad esempio, fonda se stesso sulla dicotomia tra individuo e nuova società, utilizzando spesso il contrasto in inquadratura tra profondità di campo sconfinate e piccolezza dell’individuo (v. le scene sul terrazzo di casa, in piscina o nel cinema gremito di spettatori: evidente la mano di Italo Calvino in sceneggiatura) e forzando sui contrasti cromatici artificiali. Fellini utilizza invece il colore per la prima volta e lo piega a tendenze pop. Nel complesso, tutti gli episodi tracimano di colore, sempre nella loro veste primaria, un trionfo di rossi, gialli e blu, per mezzo di una fotografia praticamente priva di ombre. Immagini di un’Italia in mutamento, per la prima volta nella sua storia alle prese con una devastante rivoluzione sociale. Che sovverte certezze e consuetudini in funzione di nuovi modelli economici e produttivi, e che di conseguenza scardina anche l’immaginario. I colori vividi di una società in vendita. Film più ambizioso che riuscito, tuttavia Boccaccio ’70 resta un esperimento piuttosto raro. L’amplificazione del film a episodi a “film d’autore”, anzi d’autori. Riflessione estetica su un tipo di cinema che dell’estetica, spesso, se n’è totalmente fregato.

Il finale di “Renzo e Luciana” di Mario Monicelli. Una coppia di lavoratori non s’incontrano più. Lui lavora di notte, lei di giorno. Nuova società e nuove antropologie:

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