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Contagion

03/09/11 - Torna Steven Soderbergh al Festival di Venezia (fuori concorso) con Contagion: film catastrofico-corale che tenta di sollevarsi dal mainstream, ma si conferma solo un ibrido.

Dal nostro inviato MASSIMILIANO SCHIAVONI

Col passare degli anni al cinema di Steven Soderbergh si crede sempre meno. Venuto dalle produzioni indipendenti, e lentamente convertitosi al cinema mainstream tentando (spesso invano) di rileggerlo in una chiave personale, in realtà il pur apprezzato autore americano va componendo, di film in film, un insieme di opere sempre più ibride, di provocazione meramente superficiale, in cui talvolta risuonano tematiche politiche, sociali e civili ma impaginate nei modi di uno sfruttamento in chiave poco più che commerciale. Tale contraddizione esplode con grande evidenza in Contagion, fuori concorso a Venezia 68. Oramai i marchi di fabbrica di Soderbergh sono ben definiti: una costruzione corale, una messe di star che si mettono a disposizione dell’autore per ruoli anche piccolissimi (vedi in questo caso Gwyneth Paltrow, che incarna il personaggio-chiave ma appare sì e no per cinque minuti), il tentativo di leggere le strutture culturali e produttive occidentali come un macrosistema autosufficiente che tutto tiene insieme, secondo il principio del Butterfly Effect. Quel che accade a Hong Kong, si ripercuote a Minneapolis. Quel che regola il sistema sanitario, deve fare i conti con l’economia globale e la politica internazionale. E così via. Un labirinto kafkiano, chiuso e angosciante, dispiegato sul territorio del mondo intero. 

Tuttavia, la scarsa convinzione di Soderbergh nei propri argomenti emerge con forza nelle scelte stilistiche. Perché alla fine Contagion non è altro che un aggiornamento del film catastrofico anni ’70, tenuto a briglia corta quanto si vuole, e calato in un contesto realistico (come hanno sottolineato in conferenza stampa lo stesso Soderbergh e Matt Damon, presentatosi rasato a zero per le riprese del suo nuovo progetto District 9, che si gira in questi giorni a Vancouver), ma costruito sulle medesime coordinate e anche secondo la stessa filosofia di fondo. Un cast all-star, tutti a rischio della propria vita per l’esplosione di un virus mortale in tutto il pianeta; le istituzioni e i centri di potere che fanno i propri interessi, tentando di occultare o almeno manovrare il tutto; l’emersione dei peggiori egoismi nei singoli protagonisti, disposti un po’ a tutto per salvarsi la pelle e quella dei propri cari; il delirio collettivo, che cova nel profondo e può esplodere al primo cenno di destabilizzazione. La scoperta dell’acqua calda, insomma. Saremo pure nell’era del “villaggio globale”, che implica responsabilità individuali verso gli esseri umani di tutto il pianeta, e che si regge in piedi su un sistema autodistruttivo (significativa la chiusura del finale: il virus è provocato dalla multinazionale per cui lavora la stessa prima vittima), ma le dinamiche restano comunque quelle di L’inferno di cristallo. Dove al posto dei prodi vigili del fuoco intervengono coraggiosi dottori e ricercatori universitari. L’incapacità di Soderbergh di operare scelte convinte e radicali emerge anche nel suo solito vizio di tentare lo sdoganamento artistico tramite ricerche di preziosismo visivo puramente fine a se stesso. Basti vedere la consueta cura della fotografia, che si compone sullo stesso principio già evidenziato in Traffic (tonalità di rosso, di blu glaciale, di giallo a seconda dei diversi filoni narrativi), ma che non si trasforma mai in vero significante. Né blockbuster né rilettura personale: il classico ibrido che scontenterà tutti.

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