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Baciato dalla fortuna

26/09/11-Salemme torna al cinema. Medusa produce e distribuisce una sbilenca commedia farsesca che racconta storie di corna e di soldi che non fa ridere né pensare.

Ascolta le interviste di RADIOCINEMA ai protagonisti del film:

  • il regista Paolo Costella
  • Vincenzo Salemme
  • Dario Bandiera
  • Dall’unione perversa – senza amore e con molti interessi – tra Medusa e Rita Rusic è venuto fuori l’ennesimo esempio della sempre più strafottente dittatura dell’insipienza. Baciato dalla fortuna –ispirato da un testo per il teatro scritto e messo in scena da Vincenzo Salemme – approda nelle sale dopo più di un anno di stallo. L’idea all’origine del film è dello stesso Salemme, che però ha presto coinvolto nel progetto il regista Paolo Costella – conosciuto sul set di un altro esemplare della medesima stirpe, A Natale mi sposo, figlio degenere dei cinepanettoni – e poi un piccolo manipolo di sceneggiatori – tra i quali spicca il nome di Massimiliano Bruno – che insieme a lui hanno ridisegnato il soggetto originario. Intorno a un facile equivoco su una schedina vincente mai giocata, si montano amori e tradimenti (molti di più i secondi dei primi), conditi da un’improbabile critica all’economia virtuale e al miraggio della ricchezza nel mondo contemporaneo.

    Con un cast costruito mescolando un pizzico di teatro, un po’ di cinema e molta televisione (con il cabaret – leggi Zelig e Colorado – a prendersi la sua rivincita su fiction e reality), una sceneggiatura grossolana, scombiccherata, piena di errori, di lacune, di salti logici e incongruenze che neanche nella fantascienza di serie zeta, Costella, forte soprattutto di un solido protagonista e di qualche pseudo caratterista d’esperienza, avrebbe comunque potuto dirigere un film spassoso, inseguire la risata abbondante, di pancia, la risata onesta, bassa magari, ma convinta. Invece il regista – complice anche un gruppo di produttori palesemente oltre il limite dell’imperizia – inanella una collezione di scenette nelle quali è difficile ritrovare un’idea dell’inquadratura, della posizione della macchina da presa, scenette in cui è tragicamente evidente l’assenza del lavoro sugli attori – che seguono ciascuno il proprio consolidato registro, quando ne hanno uno, o fanno come Asia Argento, che in mancanza di una professionalità sua propria, tenta di supplire con l’agitazione scomposta del corpo, l’aumento del tono della voce, le smorfie casuali – la capacità non solo di uno stile ma anche solo del mantenimento di un tono. Vincenzo Salemme ha forse meno colpe degli altri: l’idea di fondo, tutt’altro che originale, poteva comunque concedere gustose esplorazioni farsesche; il suo lavoro d’attore poi, seppure decisamente al di sotto delle prove precedenti, riconferma talento e mestiere di uno dei pochi veri mattatori superstiti.

    SILVIO GRASSELLI

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