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Masterclass con Michael Mann

Dalla nostra inviata DARIA POMPONIO

Fiore all’occhiello del Festival Internazionale del Film di Roma, sin da quando si chiamava ancora “Festa”, sono gli incontri dei registi e delle star con il pubblico, vero e proprio quid di un evento che sponsorizza soprattutto l’aspetto pop del cinema, foraggiandolo con red carpet, star, omaggi e premi alla carriera. In passato si sono visti all’Auditorium Jane Fonda, Meryl Streep, Robert De Niro e il riservatissimo Terrence Malick, quest’anno, è stato il turno di Michael Mann. Virtuoso dell’action contemporaneo, impavido sperimentatore del cinema in digitale, il regista di Collateral e di Heat – La sfida si è sottoposto alle domande di Antonio Monda e Mario Sesti, secondo quanto previsto dal canovaccio dei loro “Viaggi nel cinema americano”. Si sono viste dunque alcune sequenze dei film di Mann scelte dal regista stesso e altre selezionate dai due critici, curiosi, come l’assai nutrito pubblico presente (lunghissima era la fila per accedere all’incontro), di sapere come l’autore avesse realizzato determinati effetti visivi, come fosse riuscito ad avere nello stesso film Al Pacino e Robert De Niro, come utilizza il colore, gli attori, la macchina a spalla, se i coyote presenti in una celebre scena di Collateral si trovavano lì per caso, o erano previsti dalla sceneggiatura, ecc. Le domande di Monda e Sesti e quelle del pubblico sono andate tutte nella medesima direzione: cercare di risalire, in un impossibile tentativo ermeneutico, alle origini del talento di Mann, comprenderne le scelte, svelarne i gusti personali, al fine di tentare, in qualche modo, di “possedere” il proprio oggetto di adorazione.

Ma Mann appartiene, in tutta evidenza, alla vecchia scuola dei grandi “artigiani” del cinema americano e le sue sono risposte dettate dallo schietto pragmatismo di un uomo di cinema e non di un intellettuale. Qualcuno dei presenti l’avrà trovato pertanto noioso, o magari freddo, e probabilmente ciò corrisponde a verità, perché il personaggio che è emerso da questa Master Class non è quello di un “professore” in cattedra, quanto piuttosto di uno studioso, un ricercatore che si attiene ai dati scientifici e li orchestra, li ri-arrangia secondo la sua visione. Attratto dal realismo e devoto a un lavoro di documentazione quasi “estremo”, Mann ha raccontato che prima di scrivere e dirigere Manhunter – Frammenti di un omicidio, primo film con il temibile Hannibal Lecter, ha intrattenuto una lunga corrispondenza con un vero serial killer, Dennis Wallace, da cui ha ripreso la maggior parte delle caratteristiche del personaggio di Dolarhyde. Lo stesso è avvenuto per altri suoi film, sia che fossero in costume o di ambientazione contemporanea. Per il film Strade violente, Mann ha fatto istruire James Caan da un reale scassinatore, Santucci, in modo che lo mettesse a parte di tutti i trucchi del mestiere. Un ampio studio sulla frontiera e sulle condizioni di vita dei nativi a fine ‘700 ha preceduto le riprese di L’ultimo dei Mohicani, e un accurato lavoro di preparazione è stato svolto per costruire insieme a Will Smith il personaggio di Alì. Anche la tessitura dei rapporti familiari o delle storie d’amore, cui i suoi film dedicano ampio spazio, rientrano in quest’ottica e servono a dare maggiore struttura e verità alle sequenze d’azione. D’altronde, come ha sottolineato l’autore, la vita è fatta di storie d’amore e di azione. Il caso di Heat – La sfida è poi paradigmatico: parlando della celebre sparatoria finale, Mann ha raccontato di aver portato gli attori ad addestrarsi in un campo di tiro con pallottole vere e di aver usato in queste prove la stessa linea di fuoco che si vede poi nel film. A quanto pare questa sequenza è usata oggi dalla Delta Force come prova di fine corso: se gli allievi riescono a replicare quello che fa il personaggio di Val Kilmer, significa che l’addestramento ha funzionato. Il rapporto del cinema di Mann con la realtà è dunque sorprendentemente a doppio senso.

In chiusura dell’incontro, Michael Mann ha presentato in anteprima alcuni minuti della serie tv per la HBO Luck, che ha prodotto e di cui ha diretto il pilot. Ambientata nel mondo delle scommesse ippiche, Luck ha un cast stellare, composto da Tom Payne, Dustin Hoffman, Nick Nolte e Michael Gambon. “In questo momento negli Usa la tv via cavo offre i contenuti migliori di sempre, è un’età d’oro della tv, parlo di quella via cavo però e la Hbo è all’avanguardia in tal senso”, ha dichiarato il regista che ha poi rivelato di avere ben quattro storie nel cassetto. Una di queste è un film sul Medioevo (probabilmente si tratta dell’annunciato Agincourt, ambientato nel corso della celebre battaglia vinta da Enrico V) e intende ritrarre “il modo in cui il Medioevo vedeva se stesso non come lo vediamo noi – ha detto il regista che ha aggiunto – mi interessa indagare qual era la percezione di se stessi che avevano le persone che vivevano in quel periodo. Credo che fosse diversa dalla nostra, per esempio per i contadini l’io, il sé non esistono come indipendenti dal contesto della terra, della natura che li circonda”. L’indagine sul reale di Mann è dunque tutt’altro che esaurita.

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