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Lasciando la baia del re

Dalla nostra inviata GIOVANNA BARRECA

Ascolta l’intervista di RADIOCINEMA alla regista:

  • Claudia Cipriani
  • Il Festival dei Popoli da sempre non è solo un luogo di presentazione e di visione privilegiata – e purtroppo spesso unica – di opere di importante valore artistico ma da alcuni anni emerge la volontà di portare avanti l’indagine sulla natura del documentario, su come si scelga di raccontare usando questo genere, e di quale sia la consapevolezza formale degli autori. In quest’edizione, tra diversi racconti sul rock e l’America, si snodano storie e ritratti di adolescenti inquieti alle prese con handicap come in L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin e nel cortometraggio Anne Vliegt di Catherine van Campen. In altri lavori c’è il loro passaggio all’età adulta come in Cadenza d’inganno di Leonardo di Costanzo – girato in totale mancanza di regole seguendo il giovane napoletano Antonio nell’arco di 10 anni – e Armand, 15 ans l’etè di Blaise Harrison con protagonista un ragazzone americano a disagio co suo corpo e con i coetanei. Poi c’è Valentina in Lasciando la baia del re di Claudia Cipriani. Il lavoro che si pone più di altri il problema di come raccontare un’adolescente e non solo. Qui il confine tra diario e documentario è molto labile e per quanto l’ultima sequenza sia talmente intima, quasi pornografica da creare evidente imbarazzo, è chiara la sua funzione e la sua necessità di giustificare e dare senso a tutto al viaggio, non solo fisico. Il film nasce per essere un racconto sugli adolescenti che frequentano il doposcuola dell’associazione Baia del re dove la regista entra come insegnante. Il quartiere popolare di Milano, come l’associazione portano il nome di una spedizione fallimentare di inizio secolo al Polo. Valentina lo definisce il quartiere delle intenzioni fallite perché alla Baia del re vivono adolescenti problematici, figli di immigrati e, come nel caso della giovane, una giovane cresciuta troppo in fretta tra un padre inesistente e una madre tossicodipendente. Tutti che vorrebbero migliorare la loro esistenza ma spesso devono scontrarsi con realtà più grandi di loro.

    Poi dal quartiere milanese, Valentina e la regista partono per mantenere una promessa fattasi, per conoscere la vera Baia del re, quella al Polo Nord, e cercare di affrontare, a 40000 km da casa, la bestia nera che vive nel loro cuore (presentata agli spettatori con la bellissima metafora dell’orso che si avvicina alle case e non permette agli scienziati e ai visitatori della base di allontanarsi) e permettere che la rabbia maturata per due lutti tragici subiti si trasformi semplicemente in accettazione e amore. Difficile presentare questa seconda parte senza rivelare troppo e quindi rovinare la visione del film che è un percorso di conoscenza di due anime che avviene grazie alla macchina da presa, trasformata in complice, in protagonista, perché ci sia davvero l’incontro tra le due donne e il loro vissuto. Il racconto su Valentina infatti si trasforma in quello della ragazza e della regista, entrambe protagoniste e operatrici, entrambe pronte a mettersi in gioco in una sorta di contrappunto onirico dove la realtà ha preso il sopravvento. E, come nel metodo di insegnamento “baia”, insegnanti e allievi si danno il tempo e lo spazio per lasciarsi sorprendere da quello che accade, trovandosi spesso davanti a scelte non totalmente consapevoli. Claudia Cipriani in Lasciando la baia del re, permette che non siano le persone a fare il viaggio ma che sia il viaggio a fare le persone, a trasformare lei e Valentina perchè la Baia diventi il luogo privilegiato del racconto delle loro anime.

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