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Italian Graffiti

14/02/12 - Gli zitelloni (1958) di Giorgio Bianchi: riproposta da CG Home Video, una commediola sconnessa e occasionale. Primo sequestro censorio nell'Italia postbellica.

Italian Graffiti – Percorsi italiani nella (s)memoria cinematografica collettiva a cura di Massimiliano Schiavoni

italian graffitiCapita d’incontrare, nella storia del nostro cinema, film più importanti sul piano socio-antropologico che strettamente estetico. E’ il caso di Gli zitelloni di Giorgio Bianchi, disponibile da qualche settimana in dvd per Cecchi Gori Home Video. Banalissima farsetta, concepita secondo modelli produttivi anche tristemente attuali. Mettere in cartellone tre, quattro nomi comici di richiamo, giusto per attirare il pubblico col minimo sforzo creativo: ci ricorda qualcosa negli anni 2000 del cinema italiano? Davvero? L’attuale decennio italico, in effetti, sul fronte comico può tranquillamente essere definito una riedizione di una parte dei nostri anni ’50. Qui, oltretutto, siamo di fronte a un esempio di coproduzione italo-spagnola, in cui a nomi popolari autoctoni (Vittorio De Sica, Walter Chiari, Mario Riva e Mario Carotenuto) sono affiancati attori e attrici iberici. Un asse produttivo europeo molto fertile in tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, ma che si collocò nello sfruttamento massivo in opere di serie B di tutti i migliori e peggiori luoghi comuni di commedia e comicità pertinenti al nostro paese. Basti ricordare che tale collaborazione internazionale dette la luce i peggiori Totò-movies mai visti.

Gli zitelloni non fa eccezione. Opera scombinata, narrativamente occasionale, che satireggia il simulacro tutto italiano dell’istituzione matrimoniale tramite una catena di sketch sconnessi e incoerenti, tenuti debolmente insieme da un faticoso racconto unitario. A dirla tutta, sarà caso o scelta consapevole, la struttura narrativa pare collocarsi, tramite uno stratagemma di resoconto processuale, nel territorio di imprendibili verità smaterializzate dietro punti di vista diversi (un personaggio appare, nei contrastanti resoconti che vengono fatti su di lui, addirittura incarnato da due attori diversi, diametralmente opposti sul piano fisico). Mon Dieu! Giorgio Bianchi, onesto praticone di prodotti e sottoprodotti comici dagli anni ’40 fino alla fine dei ’60, alle prese con un Rashomon casereccio… Ma tranquilli, alla fine era tutto un sogno del protagonista, e l’happy ending della serenità coniugale è garantito. Tanto per dare un’idea della faciloneria dell’operazione, il titolo Gli zitelloni è vago e fuorviante, probabilmente funzionale solo ad attrarre il pubblico riguardo a personaggi che si annunciano ridicoli. E, soprattutto, in linea con la “guerra dei sessi” rigorosamente misogina di quegli anni (tutta la serie con Alberto Sordi Lo scapolo, Il marito, Il seduttore, Il vedovo…). In ultimo, Vittorio De Sica è annunciato protagonista, ma appare in pochissime scene e decisamente poco valorizzato, lasciando spazio totale a un Walter Chiari istigato a una riproposizione iperbolica e irritante di tutti i suoi vezzi mimici, tra smorfiette, faccette e parentesi di stonato slapstick. Perché, dunque, Gli zitelloni ha una sua rilevanza? Perché un film così scarruffato fu il primo nella storia della neonata Italia democratica a subire un sequestro. Incredibile a dirsi, ma la sua satira matrimoniale, il suo innocuo adagiarsi in baruffe uomo-donna, e forse una battuta di troppo con allusione omosessuale, provocarono il ritiro del film dalle sale. Perciò, più che una testimonianza sullo stato di salute del nostro cinema di consumo di quegli anni, Gli zitelloni si profila impensabilmente come cartina di tornasole dell’Italia post-degasperiana, e degli enormi limiti, morali e sociali, di quella presunta e sbandierata democrazia moderna.

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