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Italian Graffiti

06/03/12 - I sovversivi (1967) di Paolo e Vittorio Taviani: notevole occasione cinematografica per un giovane Lucio Dalla, in un'opera anticonvenzionale e scardinante.

Italian Graffiti – Percorsi italiani nella (s)memoria cinematografica collettiva a cura di Massimiliano Schiavoni

italian graffitiIncroci imprevedibili. I fratelli Taviani trionfano inaspettatamente al Festival di Berlino. Lucio Dalla ci ha lasciato pochi giorni fa. In qualche modo, i loro esordi prendono le mosse da un sostrato culturale comune, e soprattutto da un incontro autoriale disperso nella memoria collettiva. Il film I sovversivi (disponibile in dvd CG Home Video), terza opera dei Taviani e prima girata senza Valentino Orsini, co-autore in sede di regia dei loro due precedenti lungometraggi. Pochi giorni fa si rievocava da queste pagine proprio la sporadica attività cinematografica di Lucio Dalla e si dava conto anche di questo suo ruolo per lo schermo, quando Dalla ancora si trovava agli albori della sua carriera musicale e si prestava a occasioni artistiche di varia matrice. E la triste cornice della sua scomparsa può tramutarsi magari in occasione di riscoperta almeno di questo film, che rivisto oggi conserva una sua contagiosa freschezza e soprattutto una forte carica di rottura, concettuale ed estetica, rispetto alle convenzioni cinematografiche dell’epoca.

I Taviani appartengono a una “generazione nuova” di autori (tra gli altri, Bertolucci, Bellocchio, la Cavani…), che dalla metà degli anni ’60 in poi si muovono sulla scena cinematografica nazionale prendendo nettamente le distanze dalle maggiori retoriche espressive consolidate in Italia. I sovversivi si colloca in tale contesto storico-creativo. Ciò è ravvisabile innanzitutto nella sua sostanza filmica; una grammatica spezzata, frammentaria, in cui la sequenza si tiene insieme su un montaggio d’inquadrature brevi e spesso discontinue. Che tuttavia non rinnega, come succede ad esempio in alcune delle prime opere di Bertolucci, una reale costruzione narrativa. Al di là della provocatorietà concettuale della vicenda narrata (quattro episodi intrecciati intorno al funerale di Togliatti, in cui si tenta un bilancio al contempo vitale e funereo di una generazione mossa da nuovi orizzonti culturali e antropologici), la novità dei Taviani risiede nell’atteggiamento narrativo, che mescola il “linguaggio degli oggetti” a un efficace straniamento, ricorrendo anche a un uso felice dell’ironia, via via più marcata nel procedere del racconto. Non ultimo, I sovversivi si radica in una riflessione sulla rappresentazione del rito, sugli strumenti di memoria collettiva e sull’impotenza del cinema. In tal senso va letto il “film nel film” (uno dei personaggi è un regista che lavora a un film su Leonardo da Vinci). E’ possibile raccontare il mito? E’ possibile raccontare, innanzitutto? In tale lettura s’inserisce una delle sequenze più felici e divertenti: l’attore che deve incarnare Leonardo da Vinci nella sua fuga senile si domanda come un vecchio possa fuggire in ciabatte nel bosco. È possibile narrare al cinema Leonardo o Togliatti senza finire in una falsificante riduzione, inevitabilmente artefatta, infedele e ridicolizzante? In tutto questo si muove Lucio Dalla, protagonista di una delle vicende, perfettamente a suo agio nei panni di un filosofo-fotografo a suo modo anarchico. Che ha passione per tutto e niente (esilarante quando confessa alla moglie di non amare nemmeno la fotografia), e che con accenti mai didascalici delinea un profilo umano caratteristico del suo tempo. Laddove la cultura e lo sguardo in profondità sulle cose degli uomini si tengono lontani anni luce dalle esigenze del reale. Lucio Dalla fu doppiato, eppure la sua presenza scenica resta notevole, foriera di un intrinseco, quasi fisiognomico rifiuto dell’omologazione.

Lucio Dalla nell’incipit del film. “Odio i vent’anni…”:

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