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Colour from the Dark

Ascolta l’intervista di RADIOCINEMA a:

  • il regista Ivan Zuccon
  • il compositore Marco Werba
  • Succede in italia, specialmente nel cinema horror, che bravi registi, resi celebri dall’underground, non riescano a trovare una distribuzione. Ivan Zuccon ci prova da 12 anni, dal 2000 in cui girò L’altrove, ma c’è riuscito solo oggi, grazie a Distribuzione Indipendente, con Colour from the Dark, film girato nel 2008 e ispirato come molti dei suoi film a un racconto di Lovecraft (Colore dallo spazio). La storia è ambientata nella campagna padana durante la seconda guerra mondiale, in una famiglia dove assieme ai coniugi Pietroe Lucia c’è Alice, la sorella muta di lei. Ma un giorno, dal pozzo si libera una sostanza luminosa che contamina l’acqua e comincia a far marcire tutto ciò che la circonda, dalla casa alle persone. Ivo Gazzarini adatta un racconto di fantascienza del maestro dell’orrore togliendogli proprio la componente sci-fi e trasportandola nell’Italia del ’43, col risultato di realizzare un film d’atmosfere piuttosto riuscito.

    Tutto girato in digitale con un budget complessivo di nemmeno 100.000 euro, il film racconta l’impotenza di Dio, forse la sua inesistenza e la sua sconfitta (“Il nostro Dio non ci vuole bene”, dice uno dei personaggi sopraffatto dal terrore) attraverso la descrizione di un mondo in putrefazione, di una terra e di una casa che marciscono, di una realtà che al tocco di un’entità potente e imbattibile – presenza fissa della mitologia lovecraftiana – che si sgretola come la frutta troppo matura. Zuccon sceglie una narrazione non convenzionale, che denota il suo background da cortista e regista indipendente, ma anche il senso dei luoghi di Pupi Avati (col quale collabora tuttora) e una certa “spiritualità” acida che ricorda Stephen King. E riesce a realizzare un film che supplisce alla limitatezza dei mezzi – soprattutto degli effetti speciali e della post-produzione – con la fotografia digitale (dello stesso Zuccon), col lavoro sui colori e il movimento della macchina da presa, con la cura quasi pittorica dell’immagine. Gli attori, che recitano in inglese per esigenze di esportazione, non sono troppo credibili, ma è un altro limite che il regista sa aggirare grazie proprio all’uso dei loro corpi, della loro bellezza sensuale (Michael Segal e Debbie Rochon su tutti) che contrasta col disfacimento che li circonda. Dimostrazione che si può superare ogni limite tecnico se le idee non fanno cilecca.

    EMANUELE RAUCO

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