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Il primo uomo

Gianni Amelio dirige l'adattamento dell'autobiografia incompiuta di Camus con mano felice nei dialoghi e nella messa in scena, lasciando però dei dubbi sull'ispirazione complessiva dell'operazione.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM

1957. A quarant’anni, lo scrittore francese Jacques Cormery decide di tornare in Algeria, sua patria natia, per riallacciare i rapporti con il proprio passato. Vi ritrova un Paese diviso tra la spinta all’indipendenza e la sudditanza coloniale, ma anche i luoghi della sua formazione e i ricordi di un’infanzia segnata dalla povertà e dalla morte del padre, caduto durante la Grande Guerra.

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale Le premier homme
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio Carlo Simeoni
Musica: Franco Piersanti
Cast: Jacques Gamblin (Jacques Cormery), Denis Podalydès (il maestro Bernard), Maya Sansa (Catherine Cormery – 1924 e 1913), Catherine Sola (Catherine Cormery – 1957), Régis Romele (il macellaio), Ulla Baugué (la nonna), Nino Jouglet (Jacques bambino), Jean-Paul Bonnaire (lo zio Etienne – 1957)
Anno: 2011
Durata: 98′
Origine: Francia, Algeria, Italia
Genere: drammatico
Produzione: Cattleya, Soudaine Compagnie, Maison de Cinema, France 3 Cinéma
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 20 aprile 2012

Presentato al Toronto International Film Festival 2011 dove ha ottenuto il premio della critica internazionale Fipresci.

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Recensionescritta da Silvio Grasselli

Albert Camus morì in un incidente automobilistico nell’inverno del 1960: nell’auto in cui perse la vita fu trovato il manoscritto di un testo incompiuto, pubblicato solo dopo molti anni con il titolo Il primo uomo. Gianni Amelio, dopo la Cina esplorata insieme a Castellitto, arriva ad Algeri con una coproduzione italo-franco-algerina dalle grandi qualità visive e ispirata da una profonda passione per il racconto.

Il nuovo lungometraggio di Amelio – premiato dai critici al Festival di Toronto – è costruito come un collage. Dell’immensa distesa cronologica e narrativa che sta nell’originale letterario, il regista – sotto la stretta sorveglianza della figlia dello scrittore – prende appena pochi episodi, una linea drammatica che lega insieme il passato remoto dell’infanzia di Camus nell’Algeria degli anni Venti con il passato forse per qualcuno – la nazione francese – ancora troppo vicino, quello della fine degli anni 50, quello della guerra d’Algeria. Sulla povertà dignitosa, sull’assenza del padre e sulla presenza invece di figure femminili forti e nette, sull’istruzione ottenuta come vittoria e come dono si sovrappone l’autobiografia di Amelio, nato in Calabria, e cresciuto da donne in una povertà priva di disperazione. Per questo – ha spiegato il regista in conferenza stampa – al rispetto della storia non si è unita la riproduzione della lettera dei dialoghi scritti nel libro, per il tentativo un’operazione filologica che puntasse alla verità di un’esistenza – quella dello scrittore – attraverso il filtro di un’altra vita – quella del regista.

Il primo uomo è visibilmente frutto di un apparato produttivo vasto, se non pesante di certo macchinoso, fin troppo articolato, forse in alcuni casi vagamente opprimente. Per questo, accanto ad alcune grandi qualità del tutto inusitate per il cinema italiano del nostro tempo – come il gusto per l’inquadratura lunga, per il silenzio tenuto e la parola solitaria e giusta – sembra incapace di risolvere un’indecisione che alla fine diventa strutturale. Amelio ritrova l’emozione, scrive con mano felice dialoghi forti e sobri, intesse un fine merletto di campi e controcampi, differendone il reciproco, ripianificandone le corrispondenze, moltiplicandone i riferimenti, in un gioco appassionato di perdita dell’orientamento e di ricostruzione del punto di vista. Ma la storia, che spesso sembra voler aspirare ad assumere l’iniziale maiuscola, resta piccola, minuta, rischiando il sentimentalismo e i precipizi dell’ameno; l’inquadratura respira grazie al rigore del pittorico e al fascino del fotografico, ma stenta a perdere la chiusura del quadro e ad assestarsi sul fiato lungo del cinema. Forse per la prima volta, narrazione e antinarrazione sembrano tanto equilibrate in un costante conflitto senza vincitori: e tuttavia in fondo è forse la ricostruzione a vincere sull’ispirazione e l’inerzia del passato a schiacciare la vita di sguardi, gesti, parole.

 

SILVIO GRASSELLI


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