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To Rome with Love

L'atteso film romano di Woody Allen con Benigni è un pastiche di storie non proprio ispirate, ma con due o tre trovate che risollevano il tono e salvano il maestro.

Ascolta le interviste di RADIOCINEMA a:

  • Il doppiatore di Woody Allen Leo Gullotta
  • L’attore Flavio Parenti
  • L’attore Alessandro Tiberi


  • Continua il giro d’Europa di Woody Allen, per qualcuno segno di declino, per altri simbolo di un rinnovamento, di una fase diversa di una lunga e celebrata carriera. Come i cicli rohmeriani sui proverbi o le stagioni, Allen cambia città a ogni film: dopo Londra, Barcellona e Parigi, ecco Roma in To Rome with Love, la sua nuova fatica, molto attesa. Che lascia qualche perplessità.
    Quattro storie separate: una coppia che arriva nella capitale italiana per conoscere il fidanzato della figlia, del tutto opposto alle loro aspettative; uno stretto quartetto tra un ragazzo, la fidanzata, la sua migliore amica e un misterioso turista; un uomo che all’improvviso, e senza un motivo, diventa famoso e perseguitato dai media; un timido sposino che per un equivoco si trova a presentare una prostituta ai parenti. Ancora una volta Allen è l’autore unico della sceneggiatura di una commedia (co-prodotta da Medusa) a episodi che in qualche modo compendia il proprio cinema: dalle trovate comico-surreali al pessimismo sentimentale, passando per i vezzi psicoanalitici, in un contesto però più debole del solito.

    Incorniciato in modo imbarazzante  da una voce fuori campo che mostra  qualche incertezza (il vigile doppiato male che tesse le storie), To Rome with Love, più di altri lavori itineranti del regista, separa i racconti, ora brillanti ora farseschi, dallo sfondo in cui si ambientano, come fossero quasi degli esercizi di stile su una città la cui bellezza nasconde personaggi che con “il dolce far niente” del cliché c’entrano poco, anzi, ci raccontano un’Italia davvero decadente, se non decaduta, sospesa tra morale libertina e bonaria disillusione dei sentimenti, dove “le regole non contano”, soprattutto per chi è celebre. E allora si capisce che tutto il resto è il frutto di un Allen forse poco ispirato: il film esordisce come una brutta farsa italiana, anche per struttura, poi piano piano migliora grazie alla classe del suo autore, che sa condurre con leggerezza anche i personaggi più squadrati. E poi, infine, si salva grazie ad alcune trovate quasi geniali (il cantante sotto la doccia) che rivelano, anche se in sottotono, il tocco di un maestro. Maestro che, per inciso, torna a recitare dopo Scoop: ed è uno straordinario piacere vederlo di nuovo davanti alla macchina da presa, a snocciolare (doppiato da Leo Gullotta) battute brillantissime, di quelle da appuntare sul taccuino, come ha dichiarato Penelope Cruz nel corso della conferenza stampa romana. E’ grazie ad Allen e alla verve di Roberto Benigni se il film conserva il suo ritmo, e ci rivela ancora una volta quel talento dell’autore newyorkese di far recitare chiunque – buono anche il cast italiano tra cui Flavio Parenti, Alessandro Tiberi e una sorprendente Alessandra Mastronardi – che ci porta a perdonare al film qualche difetto di troppo. E’ uno dei titoli della sua filmografia meno belli, certo: ma in più di 40 anni di carriera il talento di Allen non si è mai celato allo sguardo del pubblico, anche quando non aveva troppo da dire.

    EMANUELE RAUCO

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