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Un sapore di ruggine e ossa

Jacques Audiard torna a raccontare ferite e guarigioni morali e materiali con il suo film in sala dal 4. Intervista in esclusiva al regista.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Un sapore di ruggine e ossa

Trama: Con il figlioletto a carico, Ali lascia il Belgio per trasferirsi ad Antibes a casa della sorella e del cognato. Nella città inizia una relazione con Stéphanie, un’addestratrice di orche assassine. Un legame che si rafforzerà quando la donna rimane vittima di un tragico incidente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale De rouille et d’os
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio Juliette Welfling
Musica: Alexandre Desplat
Cast: Marion Cotillard (Stéphanie), Matthias Schoenaert (Alain van Versch), Armand Verdure (Sam), Céline Sallette (Louise), Corinne Masiero (Anna), Bouli Lanners (Martial), Jean-Michel Correia (Richard)
Anno: 2012
Durata: 120′
Origine: Francia, Belgio
Genere: drammatico
Produzione: Why Not Productions, Page 114, France 2 Cinéma, Les Films du Fleuve
Distribuzione: Bim Distribuzione
Data di uscita: 04 ottobre 2012

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Recensionescritta da Silvio Grasselli

La Francia celebra le sue glorie. Jaques Audiard – dopo il Grand Prix guadagnato nel 2009 con Il profeta – porta  il suo nuovo lungometraggio – terzo film in Concorso – al Festival di Cannes. Un film stranamente e affascinantemente minore. Come l’osso che si rompe e si ricostruisce, ogni volta nuovo, ogni volta senza cancellare – nella sofferenza – le tracce del suo passato, così Ali si ricostruisce a ogni caduta una vita più forte: grazie al figlioletto – amato e maltrattato in egual misura – e grazie all’incontro con Stéphanie, un’addestratrice di orche che un giorno, in un incidente in vasca, perde tutte e due le gambe, ma si rialza, ricominciando a camminare e a desiderare.

De Rouille et d’Os è ispirato a un romanzo dello scrittore canadese Craig Davidson. Vengono da lì, dall’America del Nord, alcuni dei luoghi tipici della storia, come i combattimenti clandestini a mani nude, il parco acquatico, ma anche la città selvaggia del lavoro precario e del rapporto spietato tra padroni e impiegati. Audiard torna alla sua consueta traiettoria narrativa: dalla miseria al riscatto, dalla disperazione al trionfo, dalla solitudine all’amore. E torna soprattutto su uno dei suoi veri punti forti: dentro una narrazione realisticamente finzionale e solidamente romanzesca, l’ossessione per i corpi, esplorati e massacrati, annullati e ricostituiti, e lo sguardo che diventa più intenso e quasi si raggruma intorno ai dettagli anatomici, ai segni della perdita, della sofferenza, della pena, prima cruenti, poi guariti, cicatrizzati, risorti. Di nuovo, di diverso, qui c’è un respiro più ampio, prima coloristico, scenografico (il mare), poi anche della sceneggiatura. Che, diversamente dal passato, procede a singhiozzo, bruciando passaggi fondamentali, saltando fasi della traiettoria psicologica dei personaggi, fino all’epilogo atteso e non per questo inutile, che però Audiard (qui come altrove, anche sceneggiatore) tira via in una sintesi forzata e incomprensibilmente frettolosa.

Niente lamentosi strascichi pietisti sull’handicap fisico, nessuna denuncia sulla condizione di chi non ha casa né lavoro; né psicologismo esistenziale, nè critica sociale. Audiard procede nella narrazione sfacciatamente mirando al lieto fine, usando i sentimenti senza mai essere sentimentale. Ancora una volta però, non è (solo) la parabola tracciata dal racconto a fare il discorso, ma le soste antinarrative, le anse dentro le quali si stabiliscono, articolano e riconfigurano incessantemente le relazioni tra i personaggi attraverso la performance dei loro corpi che si agitano tra tenerezza e violenza: una seconda storia che di fatto costituisce non lo scheletro ma la carne del film.  Solo che stavolta Audiard si perde in ambienti meno chiusi meno circoscritti del passato, e così anche lo scambio tra i personaggi sembra più opaco, debole, incerto. Tanto che la lunga durata, divenuta ormai quasi un marchio di fabbrica, sembra per la prima volta inutile, l’intreccio sfaldato e il finale, più un passaggio obbligato che il pezzo fondamentale di un intenso discorso.

 

SILVIO GRASSELLI


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