SCHEDA FILM
Trama: Girato in quattro anni in oltre 50 luoghi diversi, il documentario di Perrin e Cluzaud svela i tesori, i misteri e le insidie che si nascondono in fondo agli oceani, per invitare a riflettere sull’impatto dell’uomo sull’ecosistema acquatico e promuovere un’etica del rispetto della natura.
Titolo originale: Océans
Regia: Jacques Perrin, Jacques Cluzaud
Sceneggiatura: Christophe Cheysson, Jacques Cluzaud, Laurent Debas, Stéphane Durand, Laurent Gaudé, Jacques Perrin, François Sarano
Fotografia: Simon Christidis, Luc Drion, Laurent Fleutot, Philippe Ros, Luciano Tovoli
Montaggio Catherine Mauchain, Vincent Schmidt
Musica: Bruno Coulais
Anno: 2009
Durata: 104′
Formato: 3D
Origine: Francia, Svizzera, Spagna
Genere: documentario, drammatico
Produzione: Galatée Films, Pathé, France 2 Cinéma, France 3 Cinéma, Notro Films, JMH-TSR
Distribuzione: ITC Movie e Paco Pictures
Data di uscita: 05 giugno 2012
Océans è un documentario sulla vita marina – e specialmente sottomarina – che unisce spettacolo a istanza educativo-ambientalista. Oceani doveva chiamarsi anche in Italia, e invece, poco prima che uscisse in mezzo mondo, il titolo al film lo scippò Oceani 3D (infelicemente doppiato da Aldo, Giovanni e Giacomo, ricordate?). A tre anni dalla chiusura della produzione e a due settimane dalla sentenza che gli ha dato ragione, Jacques Perrin riesce a far uscire anche in Italia – grazie alla Paco e a ITC Movie – il suo nuovo lungometraggio documentario. Appena il quinto da regista, mentre il francese – che il film lo produce e lo interpreta anche – conta ben altri numeri nella sua filmografia da attore e da produttore. Già, perché Perrin ha iniziato con il cinema davanti alla macchina da presa: era il 1946, era Marcel Carné. Poi – vent’anni più tardi – inizia anche la carriera da produttore: Perrin produce cinema di qualità, molto anche in Italia. Infine la regia e in ultimo l’approdo – felice – al documentario. Microcomsos nel 1996 (produzione e voce narrante), Il popolo migratore nel 2001 (regia, produzione e voce narrante): Perrin si appassiona al documentario naturalistico anche per la sperimentazione tecnica ed estetica che gli richiede l’impresa. Così si vanta d’esser stato il primo a riprendere interi stormi di uccelli durante il loro lungo volo di migrazione. Così pure si vanta oggi – a ragione – di aver messo a punto per primo macchine che permettono di riprendere come fino a poco tempo fa ancora non si poteva. Invenzioni vere e proprie ottenute lungo l’arco di quattro anni – tanto tempo ha richiesto la realizzazione del film – coinvolgendo ditte di alta tecnologia per le forniture militari, l’esercito francese, nonché ben diciotto troupe capeggiate da altrettanti direttori della fotografia specializzati in situazioni di ripresa estreme, con Luciano Tovoli a supervisionare e armonizzare il lavoro di tutti gli altri.
Tutto questo per realizzare 450 ore di girato – tra digitale e pellicola – poi ricondotte in un film fin troppo ricco, genuinamente spettacolare, retorico quanto basta. In realtà alla regia ha lavorato anche – come già ne Il popolo migratore - Jacques Cluzaud, ma dall”ideazione del primo progetto, all’avventura spericolata di sostenere una macchina produttiva da quasi sessanta milioni di euro, fino all’interpretazione del personaggio di un mediatore senza nome, il film porta inciso sulla copertina il nome di Perrin. Sua anche l’idea di non lanciare il film in direzione di un’ispirazione scientifico-divulgativa, di limitare per questo la narrazione all’interno dei singoli brani montati nel film, e di ridurre il commento a poche battute depositate lungo il film come scansione delle parti e come esplicitazione sintetica del discorso generale. Che in fondo è di una semplicità estrema: di Pianeta Terra ne abbiamo uno solo, e se andiamo avanti a maltrattarlo così non ce ne resteranno che le rovine.
Senza esplicita umanizzazione degli animali – pure con qualche indulgenza all’inserimento di momenti buffi o struggenti – senza una inutile sottolineatura della brutale logica che governa il regno animale, senza istanze narrative peregrine che costruissero storielle intorno a protagonisti animali, il film si compone di scene tra le più varie, sopra e sotto la superficie del mare, non tralasciando di contemplare la visione dal satellite, e la registrazione delle impressionanti immagini dell’attraversamento dell’oceano in tempesta da parte di un peschereccio e di una grossa corazzata militare. Si tenta un capovolgimento di fronte, un capovolgimento del punto di vista, dello sguardo: il “nostro” mondo guardato dagli animali.
Pur eccedendo nella frammentazione dei materiali e lasciando da parte macronarrazioni, il film fila liscio e intenso mettendosi al servizio del mare e delle sorprendenti immagini ottenute dagli operatori a volte anche mettendo a rischio la propria incolumità. Un film d’intrattenimento sano che si fonda sull’essenza stessa del cinema – la riproduzione del movimento secondo le direttrici delineate dalle forme – e che propone, senza pretese, un invito – politico nel senso più nobile del termine – a non lasciar morire la meraviglia che abbiamo ereditato senza merito.
Intervista al co-regista Jacques Perrin e al direttore della fotografia Luciano Tovoli
Scritto il 30.05.2012