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La bottega dei suicidi

Leconte esordisce nel cinema d'animazione con una commedia nera inadatta ai più piccoli e del tutto insufficiente per conquistare un pubblico di adulti. In esclusiva, l'intervista al regista.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: La bottega dei suicidi

Trama: Una città grigia dove il sole non splende più, dove la gente è triste e rassegnata, dove non si sa se è mattina o sera, se è oggi o domani. Cosa fare allora se non suicidarsi? E se la tua vita è stata un fallimento puoi sempre fare della tua morte un successo. Basta affidarsi a professionisti, come la famiglia Tuvache ed entrare nella piccola bottega oscura! Tutto scorre nel migliore dei modi fino a quando Alan, il nuovo nato, non distrugge l’equilibrio famigliare con la sua “ingiustificata” gioia di vivere.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale:  Le Magasin des suicides
Regia: Patrice Leconte
Sceneggiatura: Patrice Leconte
Montaggio Rodolphe Ploquin
Musica: Etienne Perruchon
Cast voci originali: Kacey Mottet Klein (Alan), Bernard Alane (Mishima), Isabelle Spade (Lucrèce), Isabelle Giami (Matilyn), Laurent Gendron (Vincent)
Anno: 2012
Durata: 85′
Origine: Francia, Canada, Belgio
Genere: animazione, commedia
Produzione: ARP Sélection, Caramel Film, Diabolo Films, Entre Chien et Loup, Kaibou Productions, La Petite Reine
Distribuzione: Videa-CDE
Data di uscita: 28 dicembre 2012

Fuori Concorso al Festival di Cannes 2012.

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Trailer originale
Trailer italiano
Recensionescritta da Silvio Grasselli

L’edizione 2012 del Festival di Cannes ha lasciato davvero poco spazio al cinema d’animazione, passando alla Quinzaine le uniche due scelte significative, The King of Pigs (Dae gi eui wang) e Ernest et Célestine. Un destino a parte ha seguito l’esordio nel cinema d’animazione della gloria nazionale Patrice Leconte: il suo La bottega dei suicidi pur comparendo tra le proiezioni speciali del Fuori Concorso, è stato ufficialmente vietato alla stampa e invece proposto in via esclusiva a una selezionata platea di adolescenti. Qualcuno però è riuscito a entrare lo stesso, pentendosi poi di aver insistito tanto per assistere a una delle più rinunciabili tra le visioni del festival.

Il negozio dei suicidi del titolo è il luogo intorno al quale, in un mondo alternativo in cui togliersi la vita è diventata un’opzione comune, aspiranti suicidi si raccolgono per trovare la soluzione più conveniente alla loro dipartita. Dietro il bancone una famiglia del tutto eccentrica, solertemente dedicata ad accontentare ogni tipo di cliente. Quando però in famiglia arriva l’ultimogenito – un allegro frugoletto naturalmente dotato di eccezionale vitalità e oppositore viscerale della morte scelta – l’apparente equilibrio in cui la famiglia prospera sembra destinato a scomparire per sempre.

Leconte per la storia si basa su un racconto di Jean Teulé, ma la vicenda è talmente esile e poco sviluppata da non denunciare in nessun modo l’origine letteraria. Il disegno delle scene e dei personaggi è gradevole e raffinato – anche se sono molte le somiglianze con diverse tra le più note produzioni seriali per la televisione delle ultime stagioni – mentre è sul piano delle scelte più propriamente registiche che il film cede alla banalità. Come pure succede sul piano delle musiche: La bottega dei suicidi è in fondo quasi un musical che a dispetto dell’ingente ricorso alle canzoni (attraverso le quali i personaggi si presentano al pubblico e i momenti topici vengono narrativamente dispiegati) inanella fatui motivetti, verbosi, ridondanti, ampi momenti cantati e danzati risolti il più delle volte facendo ricorso a triviali stereotipi figurativi. E in fondo è proprio lo stereotipo la figura dominante del film, che tenta uno sviluppo narrativo sfruttando la sola forza dinamica della dimostrazione d’una morale scontata (la diversità è una ricchezza) inevitabilmente coronata nel più insulso dei lieto fine.

Leconte tenta la via d’una commedia nera – apparentemente montando una messa in scena pensata per un pubblico adulto – senza avere il coraggio e il gusto per portare fino in fondo le sue premesse: l’indecisione lo costringe forse a ripiegare su una farsa musicale poco commestibile per i più piccoli, e meno che mai attraente per uno spettatore adulto, inerte perché solo abbozzata e fatalmente destinata alla deriva della noia.

SILVIO GRASSELLI


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