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Mud

Ancora America prima della fine di Cannes. Nichols entra da ultimo al concorso del festival con il suo terzo lungometraggio. Il più desiderato ma forse anche il meno compiuto di tutti.

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Recensionescritta da Silvio Grasselli

Tanta, troppa America. L’ultimo giorno prima della proclamazione dei vincitori, alla lunga lista dei titoli statunitensi scelti per il concorso, arriva a Cannes uno dei più interessanti e inconsueti film a stelle e strisce. Mud è il terzo lungometraggio di Jeff Nichols, vincitore appena l’anno scorso del Grand Prix della Semaine assegnato dalla giuria a Take Shelter.

Succede spesso che i progetti che più profondamente e personalmente coinvolgono i registi siano anche quelli più incerti e irrisolti. Sembra valere anche per Mud, il più costoso e impegnativo tra i film realizzati da Nichols, il primo e il più lungamente coltivato dei suoi desideri cinematografici e forse anche il meno brillante nella sua  fin qui breve carriera. “Come se Sam Peckinpah dirigesse un soggetto breve di Mark Twain“, ha detto il regista per definire in una formula sintetica questo piccolo progetto squisitamente americano ma anche del tutto estraneo ai canoni della narrativa indie prodotta nel nuovo continente. Lo spunto è semplicemente – ma non banalmente – favolistico: una coppia d’amici adolescenti scova una barca abbandonata in cima a un albero, su un’isoletta sperduta tra le paludi e i corsi d’acqua dell’Arkansas; dentro ci trova un uomo misterioso, rifugiatosi in quel luogo appartato – si scoprirà più avanti – per aver ucciso il malvagio compagno del suo primo e forse unico amore.

Il dramma dentro l’avventura, e poi, ancora dentro, il romanzo di formazione; in mezzo, tra un dialogo e l’altro, impastato nel racconto, il paesaggio della selvaggia, malinconica, disumana provincia del sud degli Stati Uniti. Nichols sceglie bene gli attori (tra gli altri anche un’inattesa ma intonata Reese Witherspoon) e dimostra di aver doti da regista anche nella difficile prova di dirigere i due interpreti adolescenti. Lasciate fuori scene madri e birignao da far west, rimane l’intensità commovente dell’amicizia tra un adulto e un ragazzo, la violenza dell’amore e dell’odio, la speranza rinnovata dalle giovani generazioni. Un favola giocata saggiamente sul terreno di un realismo apparentemente crudo (che non rinuncia al sangue e alla morte) che tuttavia si concede il lusso della redenzione. Nichols però sembra mancare, in più d’occasione, il centro del bersaglio, lasciando sfilare scene potenzialmente memorabili e certo fondamentali per l’evoluzione del film, quasi imbambolato e annichilito nell’antiretorica dell’understatement. E così Mud finisce per scorrere via senza apici, senza svolte, senza neppure soste, conche della narrazione nelle quali riescano a raccogliersi senso ed emozioni.

 

SILVIO GRASSELLI


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