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Confessions of an Eco-Terrorist

Il festival di Bellaria apre con l'anteprima italiana fuori concorso del film di Peter Jay Brown. Tra docu-film e fiction, con intensa passione civile.

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Recensionescritta da Massimiliano Schiavoni

Come già rilevabile in alcuni film inseriti nella principale sezione competitiva Italia Doc, il Bellaria Film Festival si muove spesso su territori di cinema documentario “di confine”, con particolare attenzione alla commistione di generi, ovvero agli incroci tra fiction e cinema del reale. E’ il caso, in forma meno evidente, anche di Confessions of an Eco-Terrorist di Peter Jay Brown, che ha ufficialmente inaugurato in anteprima italiana la 30esima edizione del festival per la sezione fuori concorso Panorama Internazionale. Il film narra le vicende, distese sull’arco di 30 anni, della Sea Shepherd Conservation Society, l’organizzazione spontanea di eco-pirati (come loro stessi amano definirsi) che con costante tenacia si dedicano ad azioni di boicottaggio nei confronti di pescherecci illegali a caccia di balene, foche, uccelli marini e quant’altre specie in via d’estinzione tra i mari e i ghiacci a nord del Canada. Si tratta di un triste e consueto caso di “etica alla rovescia”, laddove i componenti della Society, che pure sposano platealmente azioni violente (un loro must è lo speronamento dei pescherecci), si trovano da anni al centro di continui arresti e battaglie legali, mentre i pescherecci illegali continuano a prosperare e commerciare sotto la tacita tolleranza delle autorità.

Grande leader di questo movimento è il leggendario Paul Watson, arrestato dalla polizia tedesca proprio due settimane fa, di cui il filmmaker Peter Jay Brown è stato primo ufficiale di bordo e “regista”. In Confessions of an Eco-Terrorist, infatti, Brown ha montato molto del footage realizzato a bordo durante le operazioni di boicottaggio, interpolando il materiale con suoi interventi in prima persona e altri inserti. Emerge in tal senso un primo dato fondamentale: il montaggio è l’anima del cinema, documentario e non, ed è sufficiente un suo particolare utilizzo per sfrangiare i confini tra documentario e fiction. Pur ricorrendo infatti a materiali di prima mano, Brown conferisce al film una struttura narrativamente serrata, da grande film d’avventura, tramite precise scelte di montaggio video e audio. Da un lato, ritmo visivo serrato e racconto in stile epico, fatto di peripezie, atti di protesta, arresti, “battaglie marine” e tuffi al cuore per le violenze inferte a foche e balene; dall’altro, una trama sonora che si fa forte di un commento musicale retorico e mitizzante. E, nel mezzo, il ritratto immenso, palesemente spinto verso l’idealizzazione, di Paul Watson, una sorta di capitano Achab al contrario, che come il suo archetipico modello sembra scavalcare la concretezza della sua battaglia civile verso il gusto astratto della “sfida per la sfida”. Mitico ed enorme, davanti alla piccolezza del mondo.

Questo è lo sguardo cinematografico di Brown, che del resto pare allinearsi a una tendenza anglosassone, in cui il documentario di militanza è sorretto da una netta e glorificante, e spesso manichea, esaltazione dei propri argomenti (basti pensare a Michael Moore). Tuttavia, Confessions of an Eco-Terrorist ha il coraggio dell’ambiguità etica, che solleva sempre interrogativi. E’ dura dar ragione a chi risponde con violenza alla violenza (anche se è doveroso rimarcare che Watson si è sempre rifiutato di provocare morti e feriti), ma è altrettanto vero che la violenza della pesca illegale, perpetrata ai danni di ecosistemi e specie animali, è un male inconcepibilmente tollerato.

MASSIMILIANO SCHIAVONI


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