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Take Shelter

Michael Shannon si misura con un altro ruolo estremo e borderline nel dramma di Jeff Nichols premiato al Festival di Cannes 2011.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Take Shelter

Trama: Curtis LaForche è un uomo tranquillo che vive in una piccola cittadina dell’Ohio, assieme alla moglie Samantha e alla figlia Hannah, sorda dalla nascita. La famiglia LaForche conduce una vita modesta ma felice, nonostante il denaro per le spese quotidiane e l’assistenza sanitaria di Hannah non basti mai. Un giorno Curtis inizia ad avere delle terribili visioni sempre più frequenti e destinate a sfociare in comportamenti ossessivi che creeranno tensioni nel suo matrimonio e conflitti con gli altri abitanti della comunità.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Take Shelter
Regia: Jeff Nichols
Sceneggiatura: Jeff Nichols
Fotografia: Adam Stone
Montaggio Parke Gregg
Musica: David Wingo
Cast: Michael Shannon (Curtis), Jessica Chastain (Samantha), Tova Stewart (Hannah), Shea Whigham (Dewart), Katy Mixon (Nat), Natasha Randall (Cammie), Ron Kennard (Russell), Scott Knisley (Lewis), Robert Longstreet (Jim)
Anno: 2011
Durata: 120′
Origine: Stati Uniti
Genere: drammatico
Produzione: Strange Matter Films
Distribuzione: Movies Inspired
Data di uscita: 29 giugno 2012

Immagini galleria fotografica
Video trailer e filmati

Trailer originale
Recensionescritta da Lia Colucci

Il business del cinema americano, continua a speculare sull’apocalisse o sul genere catastrofico: un filone fatto di previsioni drammatiche, di ogni genere di distruzione, e che vanta un numero crescente di pellicole, come se non fosse bastato Armageddon a saturare il filone cinematografico -esistenziale. Ci riporta al genere (da sempre molto redditizio) anche il giovane regista Jeff Nichols che racconta l’apocalisse nell’intimità domestica, all’interno del microcosmo di una famiglia americana. Quindi appare il fantasma di Malick: siamo in Ohio che ricorda in parte il Texas scelto dal regista in A Tree of Life, o sarà forse la presenza di Jessica Chastain nel ruolo anche qui della madre, stavolta addiritttura di una figlia sorda. L’attrice è ancora una volta sospesa tra stupore e angelicazione come aveva già fatto precedentemente. Shannon ne è il marito, nel ruolo di Curtis laForges che lavora come capocantiere in una società di costruzioni. L’apparente quiete della famiglia viene improvvisamente scossa dai sogni apocalittici di Curtis, che cambiano la vita a lui e ai suoi affetti. In attesa del tornado che secondo lui dovrebbe dare il via alla fine del mondo, il protagonista si dà da fare per costruirsi un rifugio e proteggere il suo nucleo familiare.

Un esubero di campo e controcampo rende poco empatica la pellicola, che inoltre si addentra in passaggi psicologici sbrigati con troppa fretta per esseri efficaci. Tra Bergman e Tarkovsky, almeno questa sembrerebbe essere la presunzione dell’autore. Siamo infatti sulla scia di Nostalghia che racconta, proprio come il film di Nichols, le vicende di un padre che per amore blinda la sua famiglia in casa. Take Shelter invece scorre senza donarci una vera visione dell’America, né dell’Ohio, tradendo una certa tradizione letteraria che va da Faulkner a Steinbeck. E poi sceglie di concentrarsi su un’analisi piuttosto superficiale dei personaggi. Il tornado a venire, di nuovo un microcosmo, la famiglia, che si batte contro il macrocosmo della fine, come se non fosse bastato Malick. Nonostante tutto la pellicola si basa sulla bravura di Michael Shannon, dato che in realtà la Chastain sembra incastrata in un inesistente sequel del film che ha vinto a Cannes l’anno scorso.
I proponimenti suggericono un’opera che sfiora la filosofia condita di psicoanalisi e magismo, ma non è supportata da una sceneggiatura convincente. E quindi finisce per diventare solo l’esempio di quell’estetica delle ossessioni da sempre molto in voga nel cinema americano. Poi si passa alla questione dell’ “alterità”, della diversità: colui che predice il verdetto finale viene anche allontanato dalla comunità, quale patetica e modesta Cassandra. Speriamo che Nichols non abbia immaginato anche un piccolo “saggio” sociologico nella trama, sarebbe veramente troppo tirare in ballo anche l’antropologia e la psichiatria analitica, un terreno eccessivamente rischioso per questa sceneggiatura così elementare. La bellezza delle immagini, ovviamente in stile National Geographic, si alterna alla claustrofobia del protagonista che annega tra deliri e felicità domestica, mentre non manca lo stormo di uccelli nefasti a predirre il disastro. Insomma, grandi temi da gestire tra la fine del mondo e dell’Io e l’Altro, ma allora bisogna saper osare e proporre una nuova e coraggiosa metafisica come ha fatto con sapienza Lars Von Trier in Melancholia.

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