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Pinocchio

Dopo la presentazione veneziana, esce in sala la rilettura di Pinocchio ad opera di Enzo D'Alò: un Collodi filologico ma troppo stringato che delude soprattutto nel comparto dell'animazione. La nostra intervista al regista.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Pinocchio

Trama: La popolare fiaba di Collodi rivive nella versione “aggiornata” di Enzo d’Alò con i disegni di Lorenzo Mattotti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Pinocchio
Regia: Enzo d’Alò
Sceneggiatura: Enzo D’Alò, Umberto Marino
Disegni: Lorenzo Mattotti
Montaggio: Gianluca Cristofari
Musica: Lucio Dalla
Cast voci: Gabriele Caprio (Pinocchio), Rocco Papaleo (Mangiafoco), Paolo Ruffini (Lucignolo), Maurizio Micheli (il Gatto), Maricla Affatato (la volpe), Pino Quartullo (un carabiniere), Lucio Dalla (il pescatore verde)
Anno: 2012
Durata: 78′
Origine: Italia, Francia, Belgio, Lussemburgo
Genere: animazione
Produzione: Cometafilm, Iris Productions
Walking the Dog, 2D-3D Animations
Distribuzione: Lucky Red
Data di uscita: 21 febbraio 2013

Presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2012.

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Recensionescritta da Silvio Grasselli

L’apertura delle Giornate degli Autori è affidata quest’anno all’adattamento per il cinema – l’ennesimo – del Pinocchio di Collodi. Si tratta di un progetto che viene da lontano, addirittura da più di dieci anni fa, quando a Enzo D’Alò fu proposto di dirigere un lungometraggio d’animazione che raccontasse del burattino toscano con nuova attenzione filologica. Dopo una lunga fase di pre-produzione costellata d’intoppi e casi sfortunati (il più celebre dei quali fu l’uscita di un altro Pinocchio cinematografico, quello di Roberto Benigni) – fase durante la quale D’Alò ha avuto l’occasione di dedicarsi alla rielaborazione del romanzo originale – si è arrivati finalmente alla realizzazione del film e con essa al coinvolgimento di Lucio Dalla: non solo il musicista ha firmato la colonna sonora, partecipando poi alle ultime messe a punto della sceneggiatura, ma ha pure recitato, prestando la voce al personaggio del Pescatore Verde.

Il prodotto finale cerca di tenere insieme il rispetto per l’origine letteraria (e letterale) – conservando quanto più possibile elementi estratti direttamente dal testo di Collodi – e la stringatezza, visto che la versione presentata al Lido dura poco più di un’ora e un quarto, con esiti non del tutto felici. D’Alò torna sugli schermi a nove anni dall’uscita dell’ultimo Opopomoz con un progetto ambizioso pieno di rischi. Il primo e più evidente è quello di perdere nel confronto con i precedenti cimenti di trasposizione cinematografica: e più che con il classico Disney (che con Collodi non c’entra nulla) è con il capolavoro di Comencini – che impiega attori in carne, ossa e legno – che il film di D’Alò deve vedersela. Poi viene il confronto-scontro con il rimontaggio di una storia grande grossa e piena zeppa di avvenimenti: Collodi l’aveva pubblicata come romanzo a puntate, Comencini – lavorando prima per la televisione che per il cinema – ne fece una serie a episodi, solo successivamente ridotta per il grande schermo. D’Alò si batte con intelligenza e lucidità per ritagliare dentro il romanzo il suo racconto – la storia del rapporto tra un padre e un figlio -, breve e teso da un ritmo quasi parossistico: in questo modo però succede che il racconto faccia fatica a trovare il suo respiro e che l’universo costruito da Collodi si ritrovi come liofilizzato e ristretto a concentrato aneddotico, un forsennato alternarsi di serrati botta e risposta, canzoncine dimenticabili e azioni prive di necessità.

Stile e tecnica non aiutano il film che delude proprio là dove di più lo si aspettava: se da una parte Lorenzo Mattotti lavora bene alle scenografie e male al disegno dei personaggi, è il comparto dell’animazione che delude più di tutto. La scelta di far ricorso al digitale pur restando fedeli al disegno in due dimensioni e a un’estetica da illustrazione classica non dà i frutti sperati; a eccezione delle scelte coloristiche e della resa dei fondali, a occupare la scena restano movimenti vaghi, quasi inconsulti, elementari.

E viene da chiedersi se non sia il progetto in sé a essere sbagliato: con tutte le storie ancora mai raccontate al cinema, possibile si dovesse proprio rischiare l’osso del collo confrontandosi con un colosso dell’immaginazione come Pinocchio?

 

SILVIO GRASSELLI


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