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Intervista Le cose belle

Alle Giornate degli autori, all'interno del progetto Garofalo firma il cinema, l'intenso ritratto di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno sulla vita e le speranze rinchiuse in un eterno presente di 4 uomini.

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Recensionescritta da Giovanna Barreca

“A Napoli quando ci si saluta si usa l’espressione ‘tante cose belle” che è un modo non per augurarti che quelle brutte non accadano ma per augurarti che quelle belle siano molte di più” racconta la voce fuori campo mentre la macchina da presa percorre le strade della città in Le cose belle diretto da Agostino Ferrente e Giovanni Piperno e presentato alla Giornate degli Autori. Probabilmente quando Ferrente e Piperno si congedarono nell’ormai lontano 1999 dai giovani protagonisti della loro inchiesta dal titolo Intervista a mia madre, si augurarono di vero cuore “delle cose belle” perché per settimane avevano chiacchierato davanti alle loro telecamere con quattro ragazzi pieni di speranze: Fabio, Enzo, Adele e Silvana. Il lavoro prodotto e trasmesso con successo della Rai rimase nel cuore degli autori e degli spettatori, un film che presentava delle similitudini con Vito e gli altri di Antonio Capuano perché, totalmente focalizzato sulla vita di 4 bambini in una Napoli che era in piena – si sperava – rinascita. Nel film di Capuano i ragazzini trovavano la loro libertà sui motorini, nei pomeriggi in spiaggia, nei loro gesti di bambini che non potevano più essere tali; nel film di Ferrante e Piperno, la speranza arrivava da parole che esprimevano il desiderio di una vita diversa e migliore. In entrambi i lavori però emergeva la solitudine di giovani anime senza una reale via di fuga.

Le cose belle è composto da una prima parte in cui vengono ripresi dei brani del documentario girato nel 1999 e da una seconda con immagini girate lo scorso anno con tutt’altro stile, rifuggendo in entrambi i casi la forma da reportage e da documentario d’inchiesta. Nel 1999 i bambini giocavano col mezzo cinema e si raccontavano davanti alla telecamera, guardando in macchina gli spettatori, chiamandoli in causa perché i loro discorsi raccontavano di bambini dalla vita difficile ma che chiedevano alla società che i loro sogni per il futuro diventassero reali. Bambini ribelli e giocosi perché sentivano di potersi prendere una vita da vivere a pieno. Nelle riprese dell’anno scorso cambia il punto di vista e lo sguardo. Qui è la macchina-cinema che si mette al loro servizio e li segue nelle situazioni e negli ambienti della loro quotidianità fatta di casa, lavoro, spazi di una Napoli degradata non solo perché sporca ma perché insensibile, indolente. Quasi imprigionata, come le loro vite, in una sorta di eterno presente dove nessun sogno dell’adolescenza è stato esaudito. I ragazzi hanno lavori precari e vivono situazioni familiari difficili; seguendoli possiamo tracciare un itinerario/metafora della città che è ingannevole e sfuggente come la vita. Infatti alla rabbia sana dell’infanzia è subentrata un po’ di rassegnazione come raccontato ad esempio dagli occhi perennemente bassi di Silvana. Ferrente e Piperno non usano filtri, ci raccontano tutta la durezza di esistenze ormai formate che hanno uno sguardo meno aperto, anche se ancora speranzoso verso il futuro.

Dopo Di là dal vetro di Andrea Di Bari, scritto e interpretato da Erri De Luca, Le cose belle è il secondo progetto Garofalo firma il cinema, promosso e prodotto dall’antico pastificio di Gragnano Pasta Garofalo che iniziò già nel 2008 il suo rapporto di promozione del cinema girato a Napoli con Armandino e la Madre di Valeria Golino e The Wholly Family di Terry Gilliam.

 


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Interviste i protagonisti raccontano

Intervista a Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, registi di Le cose belle
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Intervista a Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, registi di Le cose belle