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Appartamento ad Atene

Dal romanzo di Glenway Wescott, un tema a lungo abusato come il nazismo nella sua ambientazione greca, in cui è proprio la Grecia a latitare. Nel cast Laura Morante.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Appartamento ad Atene

Trama: Atene, 1943. Gli Helianos – famiglia un tempo benestante composta dai genitori e due figli preadolescenti – sono costretti ad ospitare nel loro appartamento un ufficiale tedesco. Crudele e dispotico, l’uomo stravolge ogni equilibrio domestico assoggettando i padroni di casa e imponendo un clima di terrore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale Appartamento ad Atene
Regia: Ruggero Dipaola
Sceneggiatura: Heidrun Schleef, Ruggero Dipaola, Luca De Benedittis
Fotografia: Vladan Radovic
Montaggio Roberto Missiroli
Musica: Enzo Pietropaoli
Cast: Laura Morante (Zoe), Gerasimos Skiadaresis (Nikolas), Richard Sammell (Capitano Kalter), Vincenzo Crea (Alex), Alba De Torrebruna (Leda)
Anno: 2011
Durata: 95′
Origine: Italia
Genere: drammatico
Produzione: L’Occhio e La Luna, Pola Pandora Filmproduktion, A-Movie Productions, Alba Produzioni
Distribuzione: Eye Moon Pictures
Data di uscita: 28 settembre 2012

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Possiede l’essenza dell’internazionalità Appartamento ad Atene, opera ambientata nella città greca del titolo durante l’occupazione tedesca, basata sul romanzo dello scrittore americano gay Glenway Wescott, diretta dal regista italiano Ruggero Dipaola e interpretato da un cast di attori internazionali, dalla nostra Laura Morante al tedesco Richard Sammel passando per il greco Gerasimos Skiaderessis. Ma è forse proprio questa sua connotazione internazionale a rendere il film privo d’identità. Non solo perché la famiglia Helianos potrebbe essere una qualunque famiglia europea la cui casa viene requisita dai nazisti durante la seconda guerra mondiale per ospitare un maggiore dell’esercito di Hitler, ma soprattutto perché l’ambientazione quasi esclusivamente interna delimita anche intellettualmente le sue specificità geografiche.

Se totalmente assente è la condizione storica della Grecia in quegli anni, la sua cultura, il suo respiro – Dipaola non riesce a farne nemmeno un discorso accennato per riuscire a contestualizzarne i tratti peculiari rispetto ad altri paesi occupati – ancora peggio va con il rapporto sviluppato fra le vittime e il carnefice, giocato tutto sui cliché dei film e di una bassa letteratura che vede i nazisti protagonisti crudeli, ma estremamente sensibili nei confronti dei cani e delle arti. “Dimenticate quello che abbiamo fatto per la filosofia, per la letteratura, per la musica” ribadisce il maggiore riguardo all’apporto della storia culturale della Germania a Nikolas Helianos, padrone di casa e al tempo stesso servo di quell’uomo che lo ha privato della sua dignità. Quest’ultimo unico fra i personaggi a trovare una sua evoluzione narrativa, da uomo servile e impaurito a martire-eroe, più per caso che per coscienza, a seguito di un’affermazione che gli costerà cara. Il suo errore: aveva scambiato la confidenza fattagli dal maggiore per amicizia. Gli altri invece demoliscono tutti il concetto di costruzione e psicologia del personaggio perché restano privi di qualsiasi evoluzione lungo l’intero asse del film. E nulla, nemmeno la perdita, riesce a definirli secondo le regole base della narratologia. Il tedesco, al contrario, che ha un cambiamento repentino a metà film per un motivo ben preciso per ritornare poi in ultimo alla sua vera natura di “nazista cliché” è talmente contrastante da essere altrettanto deleterio.

Di impostazione estremamente teatrale, una valutazione che non scaturisce necessariamente dall’eccesso dei suoi interni (ci sono opere filmiche con questo tipo di ambientazione che non necessariamente palesano tale aspetto), ma dal retrogusto della recitazione, dalla ridondanza dei dialoghi, dalle inquadrature asettiche, Appartamento ad Atene non solo batte un tema a lungo abusato nel modo più banale e puerile possibile, ma difetta anche di una piattezza filmologica e culturale che rende il film totalmente anonimo. La messa in scena economica, due attori – bambini fuori parte in quanto troppo contemporanei sia nelle movenze che nel fisico (e sembrano usciti dritti dritti dalla Roma bene), e tutta una serie di stonature e imprecisioni tecniche, economie produttive compiono il resto nel rendere quest’opera prima dimenticabile, nonostante, o forse proprio per questo, sia il film italiano più premiato dell’ultimo anno, passato per 51 Festival di tutto il mondo e vincitore di 27 premi.


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