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The Story of Film

Esce miracolosamente anche in Italia la serie documentaristica che ripercorre la storia del cinema mondiale, dalle prime sperimentazioni fino ai giorni nostri.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: The Story of Film

Trama: Frutto di un lavoro durato cinque anni, il documentario in quindici episodi di Mark Cousins offre una panoramica che attraversa 120 anni e ripercorre la tappe fondamentali, le innovazioni tecnologiche e il segno, indelebile, lasciato dai registi e dagli artisti che hanno cambiato per sempre la storia del cinema. Dal muto all’era digitale, dallo scintillio di Hollywood al resto del mondo, un viaggio tra interviste e ritratti inediti ad artisti leggendari come Stanley Donen, Kyoko Kagawa, Gus van Sant, Lars Von Trier, Claire Denis, Bernardo Bertolucci, Robert Towne, Jane Campion e Claudia Cardinale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale The Story of Film
Regia: Mark Cousins
Sceneggiatura: Mark Cousins
Fotografia: Mark Cousins
Montaggio Timo Langer
Anno: 2011
Durata: 900′
Origine: Gran Bretagna
Genere: documentario
Produzione: Hopscotch Films
Distribuzione: Bim Distribuzione
Data di uscita: 25 settembre 2012

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Video trailer e filmati

Trailer italiano
Trailer originale
Recensionescritta da Silvio Grasselli

The Story of Film esce in Italia, nel circuito di sale tradizionale, distribuito dalla Bim. Prima di tutto l’incredulità e lo stupore: un documentario esce in sala in una delle stagioni più cupe per la distribuzione cinematografica tradizionale; ancora più impensabile, lo fa un film diviso in 15 parti e sparso a coprire la programmazione di quasi due mesi. Poi la curiosità: di che tipo di documentario si tratta? Chi è il responsabile di un’impresa tanto inconsueta, addirittura quasi anacronistica?

Proviamo a dare qualche risposta. Il critico cinematografico Mark Cousins – irlandese di Belfast, ma professionalmente cresciuto in Scozia – scrive l’ennesima storia del cinema in lingua inglese che, come successo nel caso delle sue “sorelle”, viene presto tradotta in molte e disparate lingue (il titolo è lo stesso del film). D’accordo, il suo libro ha un che di originale rispetto agli altri: un approccio cinefilo ma non settario, un’indagine che mette insieme attenzione per gli aspetti tecnici e indulgenza per l’emozione. Cousins si trova poi coinvolto nella produzione di video didattici sulla cinematografia nazionale di alcuni paesi “esotici” (in particolare l’Iran). Da questa esperienza e dalla fama ottenuta con il suo libro, il critico matura l’autorevolezza e la stima che lo portano a pianificare un progetto lungo e articolato sulla storia del cinema mondiale in forma di film. Tre ore era la durata prevista al principio dell’avventura; quindici sono diventate poi le parti, di un’ora ciascuna, che Cousins ha messo insieme per raccontare tutto il complesso e vastissimo insieme di eventi che va dalla prima comparsa ufficiale del Cinematograph Lumière  fino alle ultime stravaganze tecnologiche dell’industria hollywoodiana, tesa in una ricerca sempre più affannosa di nuovi spettatori.

Veniamo al film. Alla stampa italiana (e dunque anche a chi scrive) è stata offerta l’anteprima solo di due dei quindici episodi: il quinto (1939-1952. La devastazione della guerra e un nuovo linguaggio filmico) e il nono (1967-1979. Il New American Cinema). Di questi due capitoli diamo conto. Cousins procede organizzando quattro diverse specie di materiali: le citazioni estratte dai film di cui parla, riprese effettuate nei luoghi più e meno direttamente coinvolti nella storia produttiva dei film di cui si parla, interviste ai testimoni/professionisti (in tutti e due gli ultimi casi si tratta di riprese effettuate nella maggior parte dei casi dallo stesso regista), materiali di repertorio di varia natura (trasmissioni televisive, fotografie, girato di provenienza non specificata). Dopo pochi minuti dall’inizio si accavallano subito diverse impressioni, sensazioni e considerazioni. Prima di tutto la voce di commento: i testi sono evidentemente tradotti male dall’inglese all’italiano, l’attore scelto per il doppiaggio conferisce poi a tutto il film un terribile “puzzo” di documentario istituzionale da Quark e dintorni. Lo sgomento arriva poi appena si verifica il bassissimo livello tecnico del film: molti degli estratti dai film citati sono presi da copie spesso pessime (vale soprattutto per i film non anglofoni: vedi per esempio Roma città aperta), la qualità tecnica ed estetica di tutte le interviste è del tutto insufficiente, perfino sotto il livello di un discreto lavoro amatoriale (lasciando da parte la fotografia e la “regia”, citiamo forse la cosa peggiore: la registrazione del sonoro e il missaggio). C’è poi il didascalismo disarmante di molte delle riprese  realizzate da Cousins in giro per il mondo e inserite nel film come collante di rinforzo del suo discorso: si parla di Ladri di bicilette e si vede una bicicletta da corsa legata a un palo, in un vicolo di Roma; si dice della frantumazione della catena narrativa classica nel cinema neorealista e si vede il dettaglio di una grossa catena di ferro. Viene da pensare che – come sempre accade agli accademici e agli “studiosi” di cinema – il regista – che così bene attraversa con gli occhi le fitte trame di senso dei testi che analizza – non sia in grado di usare le forme di espressione che studia per comporre un discorso adeguatamente articolato.

Cousins però è un cinefilo appassionato e nonostante le schematizzazioni selvagge, le dimenticanze colpevoli, gli squilibri etnocentrici (il cinema anglofono e le vicende tra Gran Bretagna e Stati Uniti occupano la gran parte della ricostruzione) la sua devozione al cinema, ai registi, ai film passa forte e chiara attraverso lo schermo. E nonostante un approccio enciclopedico fuori tempo massimo tradotto in un’opera niente affatto completa, né complessiva che invece indulge con piacere su dettagli gustosi e importanti che dovrebbero essere però proibiti in un discorso tanto ampio e generale, si comprende bene anche l’encomiabile sforzo di attirare sul glorioso passato della settima arte occhi nuovi, di invogliare giovani e meno giovani a guardare ancora al grande schermo, magari non solo cercando la novità ma sapendo gustare l’intensità e la ricchezza di un orizzonte tanto vasto.

 

SILVIO GRASSELLI


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