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The Weight

Lirismo poetico, doloroso e struggente nel dramma di Jung - interpretato dallo straordinario Cho Kyu-Hwan - vittima della nostra società bieca e sorda. Quinto film dello sceneggiatore e regista coreano Jeon Kyu-Hwan. Presentato alle Giornate degli Autori.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: The Weight

Trama: Jung lavora presso l´obitorio, con il compito di ricomporre i cadaveri. Mentre svolge con grande maestria le sue mansioni quotidiane che consistono nel pulire e vestire i morti, deve combattere una battaglia personale contro la tubercolosi e l´artrite. Massicce dosi di medicine si aggiungono così alla passione e alla nobiltà che lui associa al suo lavoro. E la sua vita diventa una combinazione tra realtà e fantasia, con i cadaveri che diventano degli amici e dei modelli per la sua immaginazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: The Weight
Regia: Jeon Kyu-hwan
Sceneggiatura: Jeon Kyu-hwan
Fotografia: Kim Nam-kyun
Montaggio Kim Mi-young, Park Hae-oh
Musica: Choo Dae-kwan
Cast: Cho Jae-hyun (Jung), Zia (Dong-bae)
Anno: 2012
Durata: 107′
Origine: Corea del Sud
Genere: drammatico
Produzione: Treefilm
Distribuzione:
Data di uscita:

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Recensionescritta da Giovanna Barreca

Poesia struggente, dolorosa e acuta. Un disperato grido d’amore rivolto a una società sorda e cieca è quello che il protagonista lancia con i suoi gesti per tutto il film e che diventa ancora più forte dall’interno di una cassa alla fine della sua storia. Questo è in realtà il vero tema di The Weight di Jeon Kyu-hwan, presentato all’interno delle Giornate degli autori e vincitore della Leonessa d’oro, premio assegnato al film che meglio sa affrontare le tematiche gay all’interno della 69esima Mostra internazionale del cinema di Venezia. Purtroppo tale premio, con i vari commenti sulla necrofilia, l’evirazione, inseriranno la pellicola in una categoria ben precisa e gli impediranno invece di essere goduta nella sua essenza, nel suo lirismo, nel suo grido di disperazione così universale in una società che ci rende sempre più soli. Tutto è esasperato ma tutto è lo specchio di quello che avviene anche in Italia come in tanti altri paesi europei. Il protagonista Cho Kyu-Hwan (già attore in diversi film di Kim Ki-duk che ha voluto essere presente in sala per la proiezione ufficiale) è un uomo di circa quarant’anni, gobbo impiegato nell’obitorio dove lava i cadaveri prima che vengano deposti nelle bare. Ha un fratello omosessuale che ama; il giovane vorrebbe potersi operare per vivere finalmente in un corpo nel quale riconoscersi. Entrambi incapaci di relazionarsi con gli altri, ricercano uno sfogo fisico dove capita, alla ricerca dell’amore che gli manca. Una disperata solitudine che attanaglia anche gli altri personaggi del film, a partire da un ragazzo che vediamo entrare con un casco nell’obitorio, pagare, consumare un rapporto sessuale con un cadavere a caso e andarsene.

Tutto il film si svolge nell’obitorio illuminato da una luce al neon che rende lo spazio color giallo ocra, una tonalità ‘sporca’ che entra in contrasto con il giallo luminoso del sole mostrato dal regista all’inizio del film quando mostra varie località del mondo. Come a voler comunicare direttamente allo spettatore che quello che ci mostrerà sarà un viaggio negli inferi di un mondo lurido e malato ma che è speculare di quanto mostrato all’inizio e, anzi, diretta conseguenza perché è la società di finti benpensanti che ha generato il gobbo e suo fratello, condannati all’infelicità per il loro essere diversi. Commuovono i movimenti del corpo del protagonista, il suo modo di prendersi cura dei morti, il panno bianco che accarezza visi, spalle, ventri, con cura e amore. Commuove il suo ultimo gesto d’amore nei confronti della sorella che ha voluto rendere finalmente libera (condizione che – sembra volerci dire il regista – si può raggiungere solo dopo la morte). La messa in scena è l’aspetto più riuscito: la macchina da presa si muove lentamente all’interno dell’obitorio, come a cercare lo stesso ritmo dei movimenti del personaggio principale che non usa parole ma soprattutto gesti per comunicare con il fratello e con i cadaveri il suo bisogno disperato di contatti umani. A qualunque costo.

Infine, negli ultimi secondi di The Weight, il movimento delle farfalle, l’idea che finalmente due corpi che nel mondo erano imprigionati, ora, in altra dimensione volino liberi è forse un’immagine elementare, ma ricca di lirismo.


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