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Aiutami Hope!

Un altro gruppo di loser costruito da Greg Garcia, autore di My name is Earl, attraverso una comicità dissacrante, ma anche grande rispetto per i personaggi.

Flussi seriali – Percorsi e influenze odierne e vintage delle serie americane a cura di Erminio Fischetti

flussi-serialiDisadattati alla riscossa. Dopo il riscatto karmico del povero delinquentello Earl nel cult seriale My name is Earl, Greg Garcia ci riprova (e con meritato successo) con Aiutami Hope! (in originale Raising Hope), sit-com raffinatissima – trasmessa sia negli USA che in Italia da Fox – che narra la storia degli Chance, una famiglia della working class della provincia americana la cui vita viene sconvolta dall’arrivo della piccola Princess Beyoncé, avuta dal ventenne figlio Jimmy in seguito ad una notte di passione con una donna che si scoprirà essere una serial killer pericolosissima e ricercata dalla polizia (e che la giustizia americana non esiterà a condannare alla sedia elettrica). Ottenuta la custodia, per forza di cose, della bambina, il ragazzo la porta a vivere nella sua sgangherata famiglia, composta dai suoi giovani genitori, Virginia e Burt, che a loro volta avevano avuto lui da adolescenti, e dalla nonna di Virginia, Maw Maw, una donna di 84 anni che alterna momenti di lucidità ad altri di totale confusione mentale, espressa attraverso il consumo smodato di sigarette, l’esibizionismo e la consapevolezza che Jimmy e/o Burt siano in realtà il suo defunto marito.

Una sit-com spumeggiante dunque, che racconta la vita di un gruppo di loser in toni tutt’altro che drammatici, nonostante i nostri protagonisti non avrebbero molto per cui essere felici: Virginia e Burt sono infatti costretti a vivere in casa della nonna di lei perché non possono permettersi altro, lei fa la domestica a ore, lui, insieme al figlio, pulisce piscine. Le loro vite non sono cool, c’è la grigia quotidianità nelle loro giornate, ma è proprio la nuova arrivata, che Jimmy ha ribattezzato Hope, che, nomen omen, ridona a tutti quella speranza di riscatto, di una vita migliore, che tutti, Jimmy compreso, avevano perso. E quel riscatto avviene attraverso semplici cose: nello sforzo di migliorarsi tutti per il bene della bambina e di se stessi, in una maggiore attenzione. Ma anche nei brevi momenti lucidi di Maw Maw e nella speranza che un giorno Sabrina, la commessa del supermercato, fidanzata con un arrogante universitario, possa finalmente vedere in Jimmy l’uomo della sua vita e non un amico un po’ imbranato. Le dinamiche comiche si concentrano sulle caratteristiche dei personaggi, sulle continue accuse di Jimmy ai genitori di non essere stati attenti nel crescerlo nel miglior modo possibile (meravigliosi i sintetici flashback che ricostruiscono gli imbarazzanti tentativi genitoriali dei due giovani), sulle sue ossessioni quasi compulsive nel cercare di essere un integerrimo e perfetto padre, ma con risultati altrettanto vani. Garcia, su questa base, alterna con grande intelligenza una comicità slapstick, fatta di gag movimentate, ad una più sottile che ironizza sui ruoli e i rapporti fra genitori e figli, ma soprattutto su temi di grande attualità come l’Alzheimer, la crisi economica, la povertà, le ossessioni della famiglia americana. Attraverso una ricca galleria di personaggi, che non raggiunge la coralità di My name is Earl, ma da cui l’autore riprende l’essenza goliardica e la comicità poetica, vicina a quella malinconica di Charlie Chaplin e Buster Keaton, Aiutami Hope! (ormai alla sua terza stagione) si configura come un ritratto scanzonato di un mondo generalmente trattato con condiscendenza o pietismo, ma che in questo caso invece, nella sua connotazione sopra le righe, paradossalmente ottiene tutta la dignità e il rispetto che dovrebbe meritare. E questo è forse il pregio maggiore del prodotto, perfettamente cesellato in un meccanismo narrativo che equilibra varie sfumature: dalla risata pura a riflessioni importanti. Il ritratto che fa Garcia dei suoi protagonisti è quello di persone capaci, pur con le difficoltà dettate dai problemi economici, di riuscire ad avere una vita piena, ricca, che non è dettata dai soldi o dal successo, e questo elemento viene sottolineato proprio in un episodio della prima stagione, nel quale Jason Lee (il protagonista di My name is Earl) costruisce il ritratto di un musicista fallito ormai triste, solo e arrogante.

Grandissime le prove degli attori, che sviluppano perfettamente personaggi straordinari e dalle ottime connotazioni caratteriali, dove come al solito spiccano per brillante ironia e costruzione non tanto il protagonista bravo ragazzo (un comunque efficace Lucas Neff), ma soprattutto il duo genitoriale composto da Martha Plimpton e Garret Dillahunt nonché la mimica meravigliosa dell’inossidabile Cloris Leachman, classe di ferro 1926, nelle vesti della bisnonna svampita.

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