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Ballata dell’odio e dell’amore

Con due anni di ritardo arriva in sala il film più premiato dell'edizione veneziana targata Quentin Tarantino. Storie di clown tristi e psicotici, tra fasulle provocazioni e invadenti convenzioni espressive.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Ballata dell’odio e dell’amore

Trama: Spagna, 1937, guerra civile. Il Pagliaccio Tonto, interrotto durante la sua performance al circo, viene reclutato di forza da un gruppo di repubblicani e condotto in battaglia contro i soldati franchisti, dove massacra un intero plotone. Spagna, 1973, regime franchista. Javier, figlio del Pagliaccio Tonto, sogna di seguire le orme del padre e trova lavoro come Pagliaccio Triste in un circo. Qui conosce Natalia, acrobata e moglie di Sergio, brutale Pagliaccio Tonto. Javier cerca di salvare Natalia dal marito, ma nessuno dei due uomini vuole cedere e questo triangolo amoroso si trasforma in una feroce e sconvolgente battaglia tra i due clown.

 

 

 

 

 

 

Titolo originale Balada triste de trompeta
Regia: Álex de la Iglesia
Sceneggiatura: Álex de la Iglesia
Fotografia: Kiko de la Rica
Montaggio Alejandro Lázaro
Musica: Roque Baños
Cast: Carlos Areces (Javier), Antonio de la Torre (Sergio), Carolina Bang (Natalia), Manuel Tallafé (Ramiro), Enrique Villén (Andrés), Gracia Olayo (Sonsoles), Sancho Gracia (colonnello Salcedo), Paco Sagarzazu (Anselmo)
Anno: 2012
Durata: 107′
Origine: Spagna, Francia
Genere: drammatico
Produzione: Tornasol Films, La Fabrique 2, uFilm, Canal+ España, Castafiore Films, Televisión Española (TVE)
Distribuzione: Lucky Red
Data di uscita: 08 novembre 2012

Vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia e del Premio Osella per la migliore sceneggiatura alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2010.

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Recensionescritta da Massimiliano Schiavoni

Quentin Tarantino e il Festival di Venezia: ovvero porto amici, ex-fidanzata, babbo e mamma, e li premio. Andò più o meno così l’esperienza del regista di Bastardi senza gloria come presidente di giuria in Laguna due anni fa, fautore di uno dei palmarès più (giustamente) contestati delle ultime edizioni veneziane. Se infatti il Leone d’Oro fu assegnato al trascurabilissimo Somewhere di Sofia Coppola, che del buon Quentin fu compagna, il Leone d’Argento per la regia e l’Osella per la migliore sceneggiatura finirono nelle mani di Alex de la Iglesia, caro amico iberico e spirito in qualche modo congeniale all’autore americano, che in concorso aveva presentato Balada triste de trompeta. Adesso il film arriva nelle sale italiane, con un ritardo di due anni, dovuto al fallimento della Mikado, che lo aveva acquistato, il cui listino è ora in buona parte nelle mani della Luky Red che distribuisce la pellicola col titolo, poco fedele, di Ballata dell’odio e dell’amore.

Peccato per questo ritardo, perché il film di de la Iglesia potrebbe essere in grado di catturare un suo pubblico, tra cinefili nostalgici del de la Iglesia underground che fu e dei consueti consumatori di cinema patinato. Sì, perché il film vive di questa lacerante contraddizione; una vicenda perfettamente nelle corde di de la Iglesia, ma filtrata da uno sguardo anonimo e internazionale. Il primo “kolossal” in chiave iglesiana.
Due anni fa a Venezia restammo piuttosto freddi, e riconfermiamo oggi la stessa impressione. Ancora sostenuto dallo spirito corrosivo che da sempre lo contraddistingue, de la Iglesia sceglie di raccontare le vicissitudini di un pagliaccio triste, discendente di un padre sterminatore durante la guerra di Spagna e romantico difensore di una bella acrobata di circo, succube di un violento marito a sua volta clown. Un triangolo amoroso circense, che rievoca modelli di patetici classici americani (uno su tutti, viene in mente il mielato clown Buttons di James Stewart in Il più grande spettacolo del mondo, 1952, di Cecil B. DeMille). De la Iglesia in realtà parte piuttosto bene, seguendo magari un prevedibile gioco cinematografico autoreferenziale, ma dissacrando con consueta cattiveria luoghi comuni e convenzioni narrative. Una secchiata di sangue gettata sulla superficie del cinema classico, portandone a galla tutte le tensioni represse e sotterranee. Il clown non è più un poeta dal cuore tenero, bensì un complessato psicotico che a malapena trattiene pulsioni sessuali e omicide. Purtroppo, però, si tratta di un’ispirazione dal fiato cortissimo. De la Iglesia esaurisce la buona vena nella prima metà, ripiegandosi poi in un’interminabile seconda parte tutta sostenuta da una retorica audiovisiva (incredibilmente) di piena convenzione. Montaggio subliminale “alla Ridley Scott”, tronfierie musicali a commento, mirabilie di ripresa prettamente “hollywoodiane”. Probabilmente alle prese con un budget più ricco del solito, de la Iglesia sembra scoprire il giocattolo-cinema per la prima volta, e se da un lato si compiace di scardinare luoghi comuni narrativi, dall’altro si adagia in un’espressività del tutto impersonale e priva di sorprese. Così, Ballata dell’odio e dell’amore si tramuta in quasi due ore di infinita noia. Alla proiezione ufficiale veneziana rimasero leggendarie le risate a scena aperta del buon Quentin in sala. Felici per lui.

MASSIMILIANO SCHIAVONI


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Interviste i protagonisti raccontano

Intervista al regista Alex de la Iglesia regista di Ballata dell'odio e dell'amore
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Intervista al regista Alex de la Iglesia regista di Ballata dell'odio e dell'amore