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Mortacci

Mortacci (1989) di Sergio Citti: un autore anni '70 alle prese con gli anni '80. Coerente con se stesso, ma anche indebolito da un contesto profondamente mutato. In dvd per Medusa dal 24 ottobre.

Italian Graffiti – Percorsi italiani nella (s)memoria cinematografica collettiva a cura di Massimiliano Schiavoni

italian graffitiIl sacro è ciò che irrompe a scardinare il profano, le sensazioni intorpidite della quotidianità, la vita senza vita. Il sacro è l’istinto, finalmente liberato dalle sovrastrutture della razionalità. Un’irruzione violenta, qualcosa di intimamente legato alla verità della vita. Il sacro è l’osceno, l’indicibile, il non-esprimibile. Il cinema di Sergio Citti ha sempre avuto a che fare con questa dicotomia, spesso dando forma alle manifestazioni del sacro nei corpi di un’umanità patetica e mostruosa. Erede “naturale” della poetica pasoliniana, l’autore romano ne ha riletto umori e ispirazioni in una chiave a suo modo tenera, dolorosa e scanzonata al contempo, sorretta da una vena popolare spontanea e senza filtri. Come il suo maestro, anche Citti ha sempre rintracciato il sacro nel mondo dei reietti, riallacciandosi a temi e strutture narrative della nostra novellistica medievale. Casotto (1977) fu una sorta di raccolta di novelle in cui la tradizionale cornice era costituita da un unico luogo chiuso, in cui storie e personaggi s’intrecciavano in un’unica giornata. Mortacci, riproposto da Medusa in dvd dal prossimo 24 ottobre, ne ripercorre la struttura, chiudendo stavolta il racconto all’interno di un cimitero gestito da un laido becchino, un Vittorio Gassman a fine carriera, meno istrionico del solito.

Chi è più reietto dei morti? Sepolti e a rischio di sparizione nelle memorie dei vivi, ai fantasmi non resta che divertirsi tra le tombe, in una buffa solidarietà che è anche occasione per rievocare le loro storie. Così Mortacci si compone a sua volta di brevi novelle, più o meno tutte incentrate sul mito archetipico del denaro. Storie ciniche e squallide di scambi di bare e di cecità simulate per catturare benevolenze, altre truci e patetiche come il maniaco sessuale che muore di vergogna. Mostri, manifestazioni del sacro colte nella loro verità corporale più primitiva e trattati con sguardo colmo di pietas. In tal senso, Mortacci rimane un’opera interessante perché perfettamente coerente a un percorso artistico solido e ispirato. D’altro canto, gli anni ’80 erano passati anche per Sergio Citti, lasciando per l’appunto morti e feriti. Così il cast è sì curioso per la sua folle contaminazione (si va da Malcolm McDowell ad Alvaro Vitali, da Mariangela Melato a Carol Alt, da Galeazzo Benti a Andy Luotto, da Aldo Giuffré ai Gemelli Ruggeri), ma al contempo è segno di pesanti condizionamenti produttivi. E più delle ingerenze produttive, ciò che umilia un po’ l’arte di Citti è la scarna visività anni ’80. Sia chiaro, Citti conserva una notevole e personale padronanza registica. Lo straniamento e ingigantimento grottesco, spesso perseguiti tramite iperboli d’inquadratura (primissimi piani su visi sudati e in fregola, patte di cacca su eleganti vestiti mostrate senza compiaciute ellissi), sono piena farina del suo sacco. Ma in alcuni episodi emerge anche quella deriva tecnica di fine anni ’80 che si tramuterà nell’anodina espressività televisiva di molto cinema italiano degli anni a venire. Davanti ad Andy Luotto che si muove su una spiaggia dell’epoca, con musichette all’uopo e donne vistose dai capelli laccatissimi, è difficile stabilire dove finisce la riflessione autoriale, e inizia invece la diretta aderenza a modelli invalsi nel cinema di quegli anni. Tuttavia, Mortacci merita una visione in quanto espressione di “cinema di resistenza”, ultimi scampoli di quella libertà espressiva anni ’70 a cui, con sforzo estremo e quasi disperato, Citti tentò di dare voce in un’epoca tragicamente mutata.

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