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End of Watch – Tolleranza zero

Un trance de vie di due poliziotti che pattugliano il ghetto Los Angeles tra immagini rubate alla realtà, afflato epico-fiabesco e una retorica poco digeribile.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: End of Watch – Tolleranza zero

Trama: Gli agenti Brian Taylor e Mike Zavala hanno giurato di servire e proteggere il loro Paese. Ad ogni costo. Questa è la loro missione, e per portarla a termine hanno creato tra di loro un potente sodalizio, promettendosi che, qualunque cosa accada a uno di loro, l’altro si prenderà cura anche della sua famiglia. Affrontando il rischio giorno dopo giorno, tra i due si instaura un legame profondo, potente, vero che li fa agire di fronte al pericolo come fossero una cosa sola, consapevoli che in ogni momento uno dei due potrebbe non arrivare vivo alla fine del turno.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale End of Watch
Regia: David Ayer
Sceneggiatura: David Ayer
Fotografia: Roman Vasyanov
Montaggio Dody Dorn
Musica: David Sardy
Cast: Jake Gyllenhaal (Brian Taylor), Michael Peña (Mike Zavala), Anna Kendrick (Janet), Natalie Martinez (Gabby), David Harbour (Van Hauser), Frank Grillo (Sarge), America Ferrera (Orozco), Cody Horn (Davis), Shondrella Avery (Bonita)
Anno: 2012
Durata: 109′
Origine: Stati Uniti
Genere: thriller
Produzione: Hedge Fund Film Partners, Le Grisbi Productions, Crave Films, Envision Entertainment Corporation
Distribuzione: Videa
Data di uscita: 22 novembre 2012

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Recensionescritta da Daria Pomponio

Nell’era della condivisione e dei social network è assai diffusa la sciocca mania di riprendersi con telecamere o videofonini in situazioni di ogni sorta, dalle più auto-celebrative alle più imbarazzanti se non anche delinquenziali, tanto poi nel mare magnum del web c’è posto per tutto e tutti. Non stupisce affatto dunque che i protagonisti di End of Watch – terza regia dello sceneggiatore di Fast and Furious e Traning Day David Ayer – due poliziotti di ronda nel ghetto di Los Angeles si riprendano tutto il tempo a scopo didattico – ufficialmente per un progetto di studio di uno dei due, in realtà per erudire noi spettatori – mostrando le loro azioni, nel male (poco) e nel bene (per lo più). Gli agenti Brian (un Jake Gyllenhaal, intento, con un certo successo, a ripulire la sua immagine di bravo ragazzo) e Mike (Michael Peña) sono inseparabili; a bordo della loro auto di pattuglia si scambiano confidenze di ogni tipo, mentre ripuliscono le strade dai criminali, mettendo a segno una serie di arresti con successo e relativa gloria. Ma, naturalmente, finiscono per pestare i piedi ai colleghi e, soprattutto, ad alcune gang di quartiere, sia di origine afroamericana che latina (proprio questi si riveleranno i più pericolosi perché di fatto sono gli ultimi arrivati).

Utilizzando dunque a man bassa l’espediente della telecamera nascosta, alternandola a quella in dotazione sull’auto (molto ben riusciti gli inseguimenti in soggettiva-camera car) e ad altre riprese altrettanto sporche ed immediate, Ayer imbastisce una sorta di instant movie su una serie di azioni della polizia, accompagnandolo con qualche digressione sulla realtà multirazziale e potenzialmente esplosiva del famigerato quartiere losangelino di South Central e a squarci più melò relativi alle vite private dei suoi protagonisti. Ma il suo sguardo è assai accondiscendente e così, pur avendoci presentato i due protagonisti come potenzialmente imprevedibili e pericolosi, il loro valore dimostrato sul campo e le amabili chiacchere virili da spogliatoio finiscono per renderli ai nostri occhi come una versione aggiornata di Starsky & Hutch, giusto un po’ più ruvida e certo meno esplicitamente divertente. La didascalia che apre il film recitando “C’era una volta a South Central” mira dunque ad introdurci in una cupa fiaba urbana, della quale i due protagonisti finiscono per diventare degli eroi, oggetto di un’eccessiva celebrazione e dunque privati della complessità necessaria a catturare il favore del pubblico più smaliziato. Che esistano poliziotti valorosi e che per via del loro mestiere mettano quotidianamente a rischio la propria vita nessuno lo mette in dubbio, ma sorbirsi un’ode così accorata come quella firmata da Ayer non può non far riflettere – più che sulle idee che animano l’autore – sul sentire comune della società di oggi. Ayer aveva infatti mostrato ben altra capacità di sguardo sia nell’interessante esordio Harsh Times che nel successivo e più riuscito La notte non aspetta, due esempi di prodotto medio d’azione capaci di rivelare in filigrana un talento spiccatamente autoriale ma anche, soprattutto, due pellicole in cui la figura del poliziotto “cattivo” veniva assai meglio declinata, in ogni sua sfaccettatura. L’epilogo con cui si chiude poi End of Watch rientra nuovamente nel solco di una narrazione paradigmatica (come la fiaba dell’inizio) e mira ad esaltare l’innocenza dei due piedipiatti in maniera oltremodo posticcia. Ma non è solo per una questione meramente ideologica che End of Watch non funziona, quanto piuttosto perché il suo debutto e la sua chiosa “favolistica” nuocciono all’economia stilistica di un progetto che si vuole autentico e immediato. La stessa scelta delle telecamere diegetiche e il relativo stile da presa diretta finiscono poi per mostrare presto la corda, specie nelle sequenze d’azione, non sempre ben coreografate e risolte con qualche movimento sussultorio di troppo, ed è un vero e proprio delittuoso peccato poi inframezzare un corpo a corpo tra criminale e poliziotto, con qualche commento rivolto dritto nella mdp da parte del socio intento a riprenderli. End of Watch è evidentemente molto accurato sul versante delle incursioni nel sottobosco criminale, ma anche William Friedkin per Il braccio violento della legge si era valso della consulenza di reali esponenti delle forze dell’ordine eppure il suo film, di ben più ampio respiro, serbava quell’ambiguità di fondo capace di lasciar scaturire da sola la veridicità dei fatti e dei personaggi mostrati, senza l’ausilio di alcuna videocamera in campo. Evidentemente negli anni ’70 allo spettatore era lasciata maggiore autonomia, mentre oggi si sente il bisogno di spiegare che un poliziotto in fondo può anche essere un buono.

DARIA POMPONIO


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