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Goltzius and the Pelican Company

Riflessioni su arte e potere, su libero pensiero e repressione per il nuovo film di Peter Greenaway. Potente ed emozionante. Al Festival di Roma per Cinemaxxi.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Goltzius and the Pelican Company

Trama: Hendrik Goltzius è un tipografo olandese del tardo Cinquecento, autore di incisioni di stampe erotiche. Contemporaneo e sicuramente all’epoca più famoso di Rembrandt, Goltzius convince il Margravio di Alsazia a finanziare la pubblicazione di libri illustrati. In cambio gli promette uno straordinario libro di dipinti e illustrazioni di storie bibliche del Vecchio Testamento: i racconti erotici di Lot e le sue figlie, di Davide e Betsabea, di Sansone e Dalida e di Salomé e Giovanni Battista. A allettare il Margravio è soprattutto la promessa di Goltzius di mettere in scena per la sua corte l’intera opera.

Titolo originale Goltzius and the Pelican Company
Regia: Peter Greenaway
Sceneggiatura: Peter Greenaway
Fotografia: Reinier van Brummelen
Montaggio Elmer Leupen
Musica: Marco Robino
Cast: F. Murray Abraham (il Margravio), Flavio Parenti (Eduard), Halina Reijn (Portia), Vincent Riotta (Ricardo del Monte), Giulio Berruti (Thomas Boethius), Anne Louise Hassing (Susanna), Francesco De Vito (Rabbino Moab), Lars Eidinger (Quadfrey), Pippo Delbono (Samuel van Gouda)
Anno: 2012
Durata: 128′
Origine: Olanda
Genere: biografico
Produzione: Kasander Film Company, Film and Music Entertainment, Catherine Dussart Productions, MP Film
Distribuzione:
Data di uscita:

Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2012.

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Video trailer e filmati

Trailer originale
Recensionescritta da Massimiliano Schiavoni

Da sempre considerato rappresentante di un cinema prendere-o-lasciare, in realtà Peter Greenaway può suscitare anche sfumature più sottili nella ricezione delle sue opere. Si tratta in effetti di un cinema uniforme e coerente, caratterizzato da una ferrea e costante fedeltà stilistica a se stesso che sovente evoca il sospetto della ripetitività monomaniacale. Anche Goltzius and the Pelican Company, presentato al Festival di Roma nella sezione Cinemaxxi, rispetta queste coordinate. Le ossessioni di sempre, care all’autore, ritornano puntualmente (tortura, necrofilia, mutilazioni, ovvero il corpo inteso come oggetto estetizzante di violazione ed esaltazione), il compiacimento barocco del profilmico è di nuovo confermato, in una costante contaminazione di alto e basso, vero e falso, con l’inserimento di una lussureggiante scenografia teatrale in mezzo a capannoni geometrici e costanti reminiscenze pittoriche nella composizione dell’immagine. E, sullo sfondo, rievocazioni di miti cristiani e non, richiamati come exemplum in negativo: stavolta è il turno di Giovanni Battista, archetipica vittima d’intolleranza chiamata qui a convegno, contrastivamente, per vicende di oscurantismo cristiano. Insomma, l’apparato audiovisivo a cui Greenaway ci ha abituati.
Ma troppo spesso, abbagliati dal conclamato piacere dell’autore per l’esposizione sensoriale in sé per sé, ci si dimentica che ogni tanto Greenaway racconta anche storie magnifiche. Affezionato da un decennio a una sua personale interpretazione dell’enciclopedismo, stavolta l’autore inglese compone il secondo capitolo di una trilogia sui pittori fiamminghi del ‘500. Nightwatching (2007) affrontò la figura di Rembrandt.

Adesso tocca a Goltzius, incisore, tipografo e pittore olandese di opere per lo più erotiche. Poi pare che nel prossimo film sarà il turno di Bosch, conclusione della trilogia prevista per il 2016, ovvero per il cinquecentenario della morte del pittore. Ovviamente l’enciclopedismo di Greenaway è totalmente sui generis. Ispirandosi infatti alla figura di Goltzius, il film si fonda in realtà su una riflessione estetico-filosofica intorno ad arte e potere, laddove l’arte è intesa come rottura e provocazione e il potere è evocato sotto le sue multiformi vesti – prevaricazione politica, censura, repressione, religione, categorie sessuali. Libero pensiero contro cieca e violenta obbedienza al dogma. Greenaway mescola, contamina, alterna piani narrativi, passando dal narratore in prima persona alla rappresentazione teatrale, ricorrendo al suo consueto cinema a scatole cinesi, in cui a poco a poco si perde il conto dei livelli di mise en abyme. Sì, è un cinema algido e distaccato, cerebrale, ma (almeno stavolta) non freddo. Esiste anche l’emozione “di testa”, e forse è quella a cui Greenaway mira costantemente. Un’emozione data dalla vertigine della riflessione in immagini, compiaciuta e attorcigliata su se stessa, ma apprezzabile innanzitutto per la coerenza e convinzione con cui è condotta. Sicuramente Goltzius and the Pelican Company è ridondante, prolisso e a suo modo pure didascalico fino allo spasimo, ma non si può certo chiedere a un barocco di essere stringato ed essenziale. Tutto questo fa parte in modo indissolubile di un universo creativo unico e personale, che nelle sue occasioni migliori, come questa, tocca il sublime delirio di un illuminista postmoderno. Curiosità: tra i vari corpi nudi e torturati, appaiono i nostri Pippo Delbono, Giulio Berruti e Flavio Parenti.

MASSIMILIANO SCHIAVONI


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