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Tra industria e creatività

La sfida di autori e produttori per una "nuova creatività" è al centro del convegno organizzato da Vedrò e svoltosi al Festival di Roma.

Intervista al produttore Mario Gianani (Wildside)

Una riflessione ad ampio spettro sulla questione da cui realmente dipende la salute economica dell’industria cinematografica: la creatività. Di questo hanno parlato produttori, registi e sceneggiatori al convegno La produzione cinematografica italiana e la sfida per una nuova creatività organizzato da Vedrò e svoltosi all’interno del Festival Internazionale del Film di Roma. Argomenti centrali dell’incontro sono stati la necessità di incentivare e pubblicizzare la fruizione del cinema – specie se d’autore – sul web tramite Video On Demand e, soprattutto, si è parlato poi dell’importanza di avere film basati su un’idea forte, capace di attrarre il pubblico nella sala. Prodotti insomma che siano capaci di richiamare pubblico perché si propongono come un evento, ma non in quanto grandi produzioni con effetti tridimensionali strabilianti, bensì perché propongono una storia nuova, capace di attrarre l’attenzione. Film “caso” dunque, del tenore di The Artist – ma magari più a basso costo – o The Blair Witch Project o ancora Buried – Sepolto. Ma senza un’economia non può esserci anche un’estetica altrettanto potente, questa l’idea di Michele Pellegrini, dell’associazione 100 autori che ha parlato anche di confini e caratteristiche di un cinema europeo o italiano, per il quale non esiste ancora una progettualità comune, una politica culturale condivisa. Paolo Del Brocco (amministratore delegato di Rai Cinema) ha invece introdotto, raccogliendo il sostegno dei presenti, l’argomento del “prelievo di scopo”, una tassazione che deve ricadere non solo sul costo del biglietto, ma su settori più redditizi come le televisioni, la telefonia e internet e che potrebbe incentivare lo sviluppo del Vod sul web. Anche Nicola Giuliano e  Mario Gianani sono dello stesso avviso. Gianani fautore di pellicole come In memoria di me, Vincere, Boris- il film e Com’è bello far l’amore, sostiene inoltre che il produttore debba essere in qualche modo il portatore sano del germe della follia. Se è vero infatti che il pubblico si reca in sala per vedere qualcosa di speciale, folle e geniale, bisogna puntare su meno prodotti, ma più mirati e gli artisti devono smetterla di reclamare sempre la necessità di un’uscita in sala e di avere paura del Vod, perché se ce l’hanno “sono già morti”.

Caratteristica specifica del convegno è stata poi la presenza di interventi da parte di registi e sceneggiatori. Umberto Carteni ha incentrato il suo sulla necessità di fare un film perché si vuole raccontare quel tipo di storia e affrontare un determinato argomento, evitando di inserire invece a forza una questione di attualità nei propri prodotti solo perché ritenuta portatrice di una presunta presa sul pubblico. Idea condivisa da molti dei colleghi presenti, da Massimiliano Bruno a Ivano De Matteo. Nel dettaglio Bruno, che attualmente è in sala con Viva l’Italia, progetto da lui a lungo vagheggiato e che avrebbe desiderato realizzare prima ancora di Nessuno mi può giudicare, ha dichiarato che non bisogna più stare ad arrovellarsi su desideri e gusti del pubblico, bensì fare quei film che in quanto autori si ritengono “necessari”. Anche Fausto Brizzi è dello stesso avviso, ma la sua sottolineatura non è ottimistica: se infatti all’estero chi riesce a sorprendere al botteghino, con opere prime dalle idee forti poi ottiene maggiori finanziamenti con l’opera successiva come avvenuto allo spagnolo Rodrigo Cortés che dopo Buried  ora è in sala con il thriller paranormale Red Lights con Robert De Niro o a Marc Webb a cui, dopo 500 giorni insieme, è stato proposto di realizzare The Amazing Spiderman. La domanda, rimasta inevasa – o forse dalle molteplici risposte – è: perché questo non avviene anche da noi?

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