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Grandi speranze

La versione per il cinema del grande classico di Dickens delude nei punti nei quali dovrebbe possedere il maggior vigore: la scrittura, la recitazione, la messa in scena.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Grandi speranze

Trama: Un misterioso benefattore offre a un ragazzino rimasto orfano, la possibilità di riscattarsi dalle sue umili origini. Pip, questo il nome del giovane, usa la sua nuova posizione sociale per corteggiare la bella Estella, un’ereditiera viziata, educata ad essere glaciale e senza scrupoli, della quale lui è perdutamente innamorato sin dall’infanzia. Purtroppo, la sconvolgente verità che si cela dietro alla grande fortuna ricevuta in dono, scatenerà una serie di conseguenze devastanti per tutti.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale Great Expectations
Regia: Mike Newell
Sceneggiatura: David Nicholls
Fotografia: John Mathieson
Montaggio Tariq Anwar
Musica: Richard Hartley
Cast: Ralph Fiennes (Magwitch), Helena Bonham Carter (Miss Havisham), Robbie Coltrane (Mr. Jaggers), Jason Flemyng (Joe Gargery), Jeremy Irvine (Pip), Holliday Grainger (Estella), Sally Hawkins (sig.ra Joe), Ewen Bremner (Wemmick), David Walliams (zio Pumblechook)
Anno: 2012
Durata: 128′
Origine: Gran Bretagna, Stati Uniti
Genere: drammatico
Produzione: BBC Films, Lipsync Productions, Number 9 Films, Unison Films
Distribuzione: Videa
Data di uscita: 06 dicembre 2012

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Si sa che Dickens è un classico e non stanca mai vedere e rivedere riadattamenti dei suoi libri. Non certo per conoscerne la storia, quella la si sa già, ma per vedere come viene riadattato all’interno di un esercizio di stile narrativo cinematografico, come è l’impeccabile la recitazione di un cast corale britannico e assaporare l’estetica delle ricostruzioni. È soprattutto con questi occhi che si guarda un classico, e di esempi se ne possono riportare tantissimi, dalle versioni filmiche dei romanzi di Jane Austen a quelli delle sorelle Brontë, ma i romanzi di Dickens quanto a rifacimenti forse sono secondi solo all’Amleto di Shakespeare. Così, nell’anno in cui ricorrono i 200 anni dalla sua nascita, fra le tante iniziative a lui dedicate, è oltremodo prevedibile che compaia una riduzione cinematografica di uno dei suoi classici più popolari come Grandi speranze. E non è certo bastato un adattamento, ottimo, per la BBC, trasmesso lo scorso Natale in Inghilterra e in primavera negli Stati Uniti, a fermare Mike Newell – regista prolifico dalla carriera altalenante quanto diversificata, finito recentemente a dirigere uno degli Harry Potter – e la stessa BBC (Films)! Anche il cinema, giustamente, ha voluto omaggiare il grande scrittore inglese scegliendo uno dei suoi testi meglio resi, in passato, sul grande schermo grazie ad una splendida versione di David Lean del 1945. Ma un ottimo romanzo non è detto che diventi automaticamente un buon film. Non sempre perlomeno. Questo lo sceneggiatore David Nicholls – anch’egli scrittore – lo sa molto bene e a sue spese: il suo bestseller Un giorno è stato un’ecatombe nella versione filmica dello scorso anno. E si appresta a replicare il fosso. Su diverse linee. Perché Grandi speranze, versione per il cinema 2012, è probabilmente una delle peggiori di un romanzo di Dickens mai realizzata. Perché?

Perché delude proprio nei tre punti sopra citati nei quali dovrebbe possedere il maggior vigore: la scrittura, la recitazione, la messa in scena. E se di un film così non si possono apprezzare questi tre punti probabilmente sarebbe stato meglio lasciar perdere sin dal principio. La scrittura di Nicholls, infatti, è troppo impegnata a raccontare i punti salienti della trama per pensare alla costruzione dei personaggi. Paradossalmente, lo sceneggiatore rende anche un pessimo servizio alla trama stessa, non riuscendo neppure a sopperire alla complessità dei suoi intrecci la cui matassa viene sciolta frettolosamente nell’ultimo quarto d’ora senza troppe cerimonie. I temi ricorrenti dall’autore (l’infanzia negata, la crudeltà del mondo adulto, l’arrivismo, i rapporti tra le classi e l’indigenza) sono un elenco della spesa. Pip è un imbecille, Estella una figurina bidimensionale e la caratterizzazione, sempre dettagliata in Dickens, dei personaggi minori un buco di sceneggiatura, ma quel che è peggio sono Magwitch e Miss Havisham, i due punti cardine della complessa macchina narrativa del romanzo, che restano abbandonati a se stessi sullo sfondo e privi dello spazio psicologico necessario. La recitazione diventa così una conseguenza della scrittura: se i due giovani protagonisti scelti per il ruolo di Pip ed Estelle (Jeremy Irvine da War Horse di Spielberg e Holliday Grainger dalla serie The Borgias come Lucrezia Borgia) fanno solo presenza, Ralph Fiennes e Robbie Coltrane sono neutri, Helena Bonham Carter nelle vesti di Miss Havisham è posticcia e sembra che faccia una brutta caricatura di uno dei suoi personaggi interpretati nei film del marito Tim Burton. Dopo tutto questo, magari qualcuno spererebbe almeno di vedere sontuose scenografie e costumi, una fotografia fatta di luci ed ombre meravigliose. Speranze, vane anche in questo caso.

Il “tempo” del cinema forse non è sufficiente alle storie dickensiane ed essendo poi lo scrittore il padre biologico della serialità narrativa, le sue storie sono più a loro agio in dimensioni più famigliari. Probabilmente il disastro è da imputare allo stesso Dickens allora? Forse per questo le recenti versioni televisive di questo stesso Grandi speranze si sono rivelate migliori di questo film? No, non è del tutto così perché la versione tv dello scorso anno durava a malapena mezz’ora in più nel suo totale. E poi perché David Lean ci sarebbe riuscito o George Cukor con David Copperfield? Semplice. Il cinema è solo un linguaggio. Bisogna saperlo parlare.

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