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Lo Hobbit: un viaggio inaspettato

Peter Jackson si misura ancora con Tolkien nel primo atto della trilogia prequel de Il Signore degli Anelli: un kolossal spettacolare, epico e avvincente che ridefinisce l’esperienza spettatoriale.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Lo Hobbit: un viaggio inaspettato

Trama: La storia racconta il viaggio del protagonista Bilbo Baggins, coinvolto in un’epica ricerca per reclamare il Regno Nanico di Erebor governato dal terribile drago Smaug. Avvicinato dal mago Gandalf il Grigio, Bilbo si ritrova al seguito di tredici nani capeggiati dal leggendario guerriero Thorin Scudodiquercia. Il viaggio li conduce per terre piene di pericoli e avventure, abitate da Goblin e Orchi e implacabili Wargs. La loro meta principale è l’Est, e le aride Montagne Nebbiose, ma prima dovranno sottrarsi ai tunnel dei Goblin, dove Bilbo incontra una creatura che gli cambierà la vita per sempre: Gollum.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale The Hobbit: An Unexpected Journey
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens, Peter Jackson, Guillermo del Toro
Fotografia: Andrew Lesnie
Montaggio Jabez Olssen
Musica: Howard Shore
Cast: Martin Freeman (Bilbo Baggins), Benedict Cumberbatch (il Negromante), Lee Pace (Re Thranduil), Hugo Weaving (Elrond), Ian McKellen (Gandalf), Elijah Wood (Frodo), Cate Blanchett (Galadriel), Richard Armitage (Thorin Scudodiquercia), Christopher Lee (Saruman), Andy Serkis (Gollum), Aidan Turner (Kili)
Anno: 2012
Durata:
Origine: Stati Uniti, Nuova Zelanda
Genere: fantasy
Formato: 2D e 3D
Produzione: New Line Cinema, Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), WingNut Films, 3Foot7
Distribuzione: Warner Bros
Data di uscita: 13 dicembre 2012

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Recensionescritta da Caterina Gangemi

Sembra sia trascorsa un’eternità da quando, tra la fine degli anni ’80 e la metà dei ‘90, un giovane Peter Jackson pagava il suo estroso tributo al cinema di genere con pellicole destinate a imporsi come cult, ora con la vena di giocosa follia splatter dei primi horror, ora con l’originale approccio al soprannaturale dei successivi Creature del cielo e Sospesi nel tempo. A poco più di un ventennio dagli esordi, il nome del regista neozelandese appare infatti, ormai, indissolubilmente legato alla sua opera più imponente, quella trilogia de Il Signore degli Anelli realizzata tra il 2001 e il 2003, titanico adattamento dell’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien: un progetto colossale per tempi di realizzazione, dispendio di mezzi e risorse creative, vera pietra miliare del fantasy con la sua creazione di un immaginario fedelissimo a quello dell’autore, la messa in scena spettacolare e scrupolosa e un’inusitata componente epica. Pluripremiate, apprezzate da pubblico e critica, le pellicole – tra i cui meriti figura anche quello di aver rilanciato o scoperto alcuni grandi attori, da Ian McKellen a Viggo Mortensen fino all’eccellente Andy Serkis – hanno suggellato l’infatuazione di Jackson verso la mitologia tolkieniana al punto da spingerlo a confrontarsi ancora una volta con lo scrittore per portare sul grande schermo un altro suo libro, Lo Hobbit, antefatto delle vicende che condurranno alle gesta della Compagnia dell’Anello.
Frutto di una gestazione travagliata- che ha visto Jackson prendere il posto dietro la macchina da presa di Guillermo del Toro, inizialmente designato a condurre il progetto e poi rimasto in qualità di co-sceneggiatore – Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato è così il primo di tre atti incentrati sulla figura di Bilbo Baggins, appartenente all’”etnia” degli hobbit e lontano parente di Frodo, reclutato da un esercito di tredici nani guidati dal caparbio Thorin che lo sottraggono alla sua quiete domestica per coinvolgerlo – in qualità di scassinatore – in un viaggio alla riconquista del loro perduto regno, caduto nelle mani del malvagio drago Smaug. Il percorso si rivelerà irto di ostacoli e di nemici terribili contro cui combattere, ma rappresenterà una sfida per il pacioso Bilbo, amante del quieto vivere e tacciato di pusillanimità, che riuscirà a dare un’inaspettata prova di coraggio, lealtà ed eroismo.

Un prequel, dunque, concepito produttivamente sulle strategie del sequel in relazione al potenziamento di quanto mostrato in precedenza, che qui si gioca sul terreno della tecnologia, col pionieristico ricorso al nuovo formato High Frame Rate 3D (fruibile solo nelle sale appositamente attrezzate) basato sulla proiezione a 48 fotogrammi al secondo, con una velocità perciò doppia rispetto allo standard di 24 fps, al fine di ottenere un’immagine il più possibile vicina a quella percepita nella realtà. Il tutto si traduce in un’esperienza del tutto inedita, che ridefinisce la ricezione spettatoriale all’insegna di un iperrealismo quasi straniante, soprattutto all’inizio. Assodato che, come al cospetto di ogni innovazione, si tratta perlopiù di riabituarsi, di rifare l’occhio, altrettanto certa è però la messa in atto di una sorta di paradosso percettivo, per cui l’estrema veridicità data dall’alta risoluzione si scontra con la natura fittizia del profilmico. E se da un lato ciò rappresenta un punto di forza, col suo enfatizzare l’incredibile lavoro fotografico, scenografico e di effetti speciali, al punto da porre sullo stesso piano di credibilità attori in carne e ossa e creature mostruose, paesaggi lussureggianti e villaggi di Goblin, dall’altra è come se tutto l’apparato fosse reso invisibile, ridotto ad un grado zero che non comporta soluzione di continuità tra aldilà e al di qua dello schermo. Ciò che sembra mancare, in sostanza, è proprio quel filtro della finzione, necessario alla creazione dell’atmosfera incantata, fantastica, fondamentale per il tipo di film, laddove il livellamento su un piano terreno finisce per sottrarre alla dimensione mostrata parte della sua solennità.

Fortunatamente a compensare provvede l’eccellente impianto costruito da Jackson, che conferma quel gusto maestoso ma mai pacchiano rivelato dai lavori precedenti, insieme all’abilità nel destreggiarsi registicamente tra azione e momenti di distensione, spesso improntati alla comicità, senza risparmiare sequenze memorabili come la battaglia contro i giganti di pietra e, soprattutto, la prima, struggente, apparizione di Gollum. E se la sceneggiatura, nonostante certe licenze nei confronti del romanzo, si mostra compatta nel tenere insieme il racconto e dispiegarlo in modo avvincente, senza cedimenti di ritmo a dispetto della durata di 173 minuti; impeccabile come sempre è il casting, di derivazione prevalentemente teatrale – che unisce interpreti neozelandesi e britannici di pregio, dai soliti veterani, alla rivelazione dei meno conosciuti Richard Armitage (il nano condottiero Thorin) e Martin Freeman, il cui carisma da uomo medio appare perfettamente funzionale all’incarnazione della natura semplice e ordinaria del protagonista Bilbo.


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