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Il ritorno di Dallas

Perché riproporre il rappresentante per eccellenza dell’edonismo reaganiano (e della destra americana) nel momento di massima decadenza economica USA?

Flussi seriali – Percorsi e influenze odierne e vintage delle serie americane a cura di Erminio Fischetti

flussi-serialiEh, sì! Dallas è tornato! A distanza di oltre vent’anni dalla fine della serie di David Jacobs (autore anche del più apprezzato spin-off California, in originale Knots Lansing, incentrato sulla crisi matrimoniale di quattro coppie sposate) nata nel 1978 (il cui brodo è stato allungato con qualche film per la tv, l’ultimo del 1998), con non pochi punti di contatto con il classico di George Stevens, Il gigante, dal romanzo di Edna Ferber e prova estrema di James Dean insieme a Elizabeth Taylor e Rock Hudson. Una serie che raccontava le guerra intestina della famiglia Ewing, in nome di quell’oro nero che ha così ben rappresentato, nella sua pur approssimazione e volgarità narrativa, l’essenza dell’edonismo reaganiano. Così, il nuovo Dallas ha negli scorsi mesi riacceso gli animi dei vecchi fan ed acquistato degli altri non dimenticando la solida ricetta di drammi famigliari in perfetto stile soap opera. Ma senza tener conto che i tempi sono cambiati. Il bene e il male, rappresentato dai due fratelli Ewing, rispettivamente il bello e buono Bobby e il brutto e arcigno J.R., che seguivano l’uno gli ideali romantici della matriarca Miss Ellie (interpretata dalla straordinaria Barbara Bel Geddes, attrice raffinata che, come molte colleghe della sua generazione, ha finito la sua carriera come capostipite di una soap opera) sulla vita e le tradizioni dei ricchi allevatori del Texas, l’altro quelli del dio denaro e del potere fatto di trame e complotti inseguito dal padre Jock (il caratterista Jim Davis morto dopo appena tre anni dall’inizio della serie). Ma entrambi ormai anziani non dimenticano di tirare le fila dei loro rispettivi eredi, che ovviamente rappresentano ancora una volta l’uno il bene e l’altro il male. La mela non cade mai lontana dall’albero e pertanto il figlio biologico di J.R., l’erede a lungo procrastinato nella serie originale dall’infimo complottista e dalla sua nevrotica mogliettina alcolizzata Sue Ellen (ai giorni nostri sobria e sul punto di diventare governatore! Chissà perché questi politici texani sono tutti dediti all’alcol e alla corruzione!), John Ross, è il classico e cafonissimo ragazzone texano che segue le orme paterne tanto nel colpire alle spalle il sangue del suo sangue che nell’infischiarsene della legge, mentre quello adottivo di Bobby e della defunta Pamela (era morta nel corso della serie originale, portando il suo innamoratissimo marito sull’orlo della disperazione), Christopher, è un colto (?) scienziato che ha trovato un modo per estrarre metano dagli abissi dell’oceano e si è appena sposato con la bellissima Rebecca, una donna che ha qualcosa da nascondere, ma non ha dimenticato la figlia della cuoca, Elena, che lo ha abbandonato all’altare dopo aver ricevuto una falsa lettera del giovane in cui le diceva di non volerla più sposare per motivi di classe sociale (nel 2012?!), e ora si consola nel letto di John Ross. Questi d’altro canto vuole il petrolio che c’è a Southfork (la storica proprietà di famiglia), ma il buon zio Bobby, avendo promesso sul letto di morte della santa Miss Ellie di non permettere che il loro ranch e la famiglia venisse ancora una volta distrutta in nome dell’avidità fa di tutto per impedirlo. Ma quatto quatto lo zampino di J.R. riemerge da un ospizio…

Insomma, non sembra andare ancora una volta molto per il sottile questa nuova edizione di una delle serie più longeve della storia del piccolo schermo statunitense, il punto focale di ascolti della rete generalista CBS lungo tutti gli anni Ottanta (pioggia di Golden Globe ed Emmy, in un mondo ancora lontano da The Sopranos, Six Feet Under e Mad Men, e… telegatti). Approdata dall’estate scorsa sul canale via cavo TNT, la serie rielaborata da Cynthia Cidre ha il terribile difetto di essere rimasta in piena era Reagan nel suo sviluppo narrativo, nel suo racconto di un’America prospera e distratta, fatua e volgare. Nel frattempo sono successe molte cose, ma questo adattamento non progredisce con i tempi, non contestualizza il ritratto di una nuova America, nel periodo di massima crisi economica, né da un punto di vista meramente sociologico tantomeno in quello seriale propinando gli stessi topoi e le stesse caratteristiche di trent’anni fa (oltretutto con minore cura). Il petrolio sembra ancora quel demone affascinante che incanta le masse. Ma il mondo è cambiato, non è più così. E qui nessuno sembra essersene accorto. Cosicché, Dallas sembra solo la brutta copia dell’originale: i nuovi protagonisti sono un riciclaggio del cast di Desperate Housewives (Jesse Metcalfe nelle vesti de cugino buono era il giardiniere adolescente che intratteneva la fedifraga Gabrielle, mentre Josh Henderson, il cugino cattivo, è il nipote tutto muscoli e niente cervello di Edie, che si divide fra la figlia di Susan e quella di Bree, la terza moglie di Bobby è Brenda Strong, alias Mary Alice Young, il centro nevralgico da cui partiva la narrazione della serie di Marc Cherry, la vicina suicida nonché voce narrante e persino Larry Hagman ha fatto un paio di guest star), ma impallidiscono di fronte agli ormai anziani protagonisti della serie nonostante questi ultimi siano ritornati, nel corpo e nello spirito dei loro personaggi, un po’ claudicanti (Patrick Daffy nelle vesti di Bobby vorrebbe essere ancora un bravo ragazzo, ma è solo un ometto di mezz’età non troppo in forma, Linda Gray in quelle di Sue Ellen è ormai una pallida copia di se stessa in formato plastilina, Larry Hagman è un J.R. che lancia ancora qualche ruggito e tiene a fuoco la scena, ma ormai nei suoi oltre ottant’anni ha la testa troppo piccola e smunta per il suo enorme cappello, e speriamo che non arrivi per lui la classica candidatura tamarra ai Golden Globe, magari giusto per onorare i vecchi tempi). Anacronismo storico. E si vede. Il comeback di Dallas non è un’operazione, come Revenge ad esempio, che prende gli elementi classici della soap opera e li adatta all’estetica seriale e all’evoluzione socio-economica contemporanea. Gli Ewing sembrano ancora andare in giro con le spalline e i capelli cotonati e usano l’oro giallo. Vagheggiano gli ideali di una madre morta da molti anni e credono ancora che il petrolio sia il futuro. Per essere un furbone il nostro John Ross sembra poco aggiornato e non proprio un’aquila. A differenza del pubblico americano, che gli ha concesso una discreta accoglienza, in Italia la sua trasmissione è stata, a ragione, un fiasco completo su Canale 5, tanto che dalla terza serata la programmazione è stata spostata su La 5. A dimostrazione di un’ulteriore lettura tutta nostrana: il declino definitivo della tv commerciale che negli anni Ottanta, al suo massimo fulgore, ci ha portati alle tragiche conseguenze del belusconismo. A quando il sequel di Dynasty? Peccato che John Forsythe sia morto pluri-novantenne da qualche anno, ma forse qualche gerontofilo auspicherebbe rivedere Joan Collins (che già sta facendo il diavolo a quattro perché vuole tornare a rivestire i panni di Alexis Carrington visto il successo della serie rivale) darsi ancora da fare! Magari con la sua nemesi Linda Evans, perché no!

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