Addio J.R.

Scompare a 81 anni Larry Hagman, protagonista di Dallas. Era appena ritornato in tv con il sequel ai giorni nostri della famosa serie televisiva.

Joel Grey, maschera inquietante di Cabaret di Bob Fosse premiato con l’Oscar per miglior attore non protagonista nel 1972, appare nientemenoché nei panni del Diavolo e riepiloga a J.R. Ewing le sue malefatte. J.R. si chiude in una stanza, si sente uno sparo. Fine. Così terminava, con uno dei consueti deliri da soap opera del prime time americano anni ’80, una cavalcata televisiva di 13 anni. Dallas, uno dei serial più longevi della tv americana, chiudeva col crollo degli ascolti al sessantesimo posto e una trovata spaventevole, a cui del resto ci eravamo un po’ abituati nel grottesco universo parallelo delle grandi famiglie televisive americane (qualcuno ricorderà anche il “massacro di Moldavia” di Dynasty, in cui ovviamente, al riavvio della stagione successiva, non era morto nessuno). Da poco tempo Larry Hagman si era riaffacciato nel suo ranch, partecipando come guest star a un raro esempio di reboot televisivo, il Dallas anni 2000 che negli ultimi due mesi è stato un gran bel flop sulle reti Mediaset. Comunque, che piaccia o no Dallas ha segnato una pagina della storia della televisione e del costume mondiale, e Larry Hagman, scomparso ieri a 81 anni, ha rivestito un ruolo di riferimento positivo/negativo oltre ogni sua più rosea aspettativa d’artista. Sguardo torvo e sopracciglio cattivo, cappellone alla texana, il suo J.R. Ewing ha incarnato il rampantismo spietato dell’era reaganiana come un gigantesco simulacro. Alla resa dei conti, J.R. era odiato da tutti, in Dallas e davanti al teleschermo, ma anche sottilmente ammirato e invidiato.

Il suo cinismo, perfetta espressione di un’epoca rapace e superficiale, costituiva una sorta di obiettivo inarrivabile: ripulirsi a poco a poco di qualsiasi scrupolo morale, e puntare solo a se stessi. Rivisto oggi, anche Dallas e J.R. Ewing sono antropologicamente e televisivamente invecchiati. Quei ritmi sarebbero oggi insostenibili, la puerile ingenuità narrativa non incanterebbe più nessuno. Gli sbrindellatissimi cliffhanger di stagione non terrebbero più nessuno sulle spine. Tuttavia, in un manuale narratologico sulla serialità americana Dallas può tranquillamente occupare il posto dell’epica omerica per la letteratura occidentale. Mito fondante e inevitabile archetipo per tutti. In realtà Larry Hagman aveva già raccolto un grande successo televisivo con tutt’altro genere di personaggio, il tenero e imbranato astronauta Tony Nelson in Strega per amore (1965-1970) al fianco di Barbara Eden. Rivederlo oggi alle prese con la bionda maghella, in un’atmosfera alla Doris Day, fa un certo effetto se confrontato con le guerre di petrolio di dieci anni dopo. Nel cinema, come molte star televisive Hagman non raccolse mai grandi soddisfazioni ed ebbe pochissime occasioni di mettersi in luce. Lo troviamo anche in buoni film, ma sempre in ruoli secondari da gran caratterista. Prima vittoria (1965) di Otto Preminger, Harry e Tonto (1974) di Paul Mazursky, Superman (1978) di Richard Donner, S.O.B. (1981) di Blake Edwards, Nixon (1995) di Oliver Stone, I colori della vittoria (1998) di Mike Nichols. Un pugno di titoli in cui è pure difficile ricordarsi che ruolo aveva, dov’era, cosa faceva. Nell’industria americana cinema e tv corrono su due piani molto distanti e paralleli. E’ fenomeno più dei nostri anni il passaggio di un buon attore dalla tv al cinema. In ogni caso, Larry Hagman può ritenersi più che soddisfatto. J.R. Ewing ce lo ricorderemo per sempre.

MASSIMILIANO SCHIAVONI