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Gambit

I fratelli Coen ripetono l’operazione-remake di Ladykillers con un altro classico della comedia inglese, Gambit. Ma falliscono insieme alla coppia Firth – Diaz.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Gambit

Trama: Harry Deane, curatore di mostre londinese, organizza un’astuta macchinazione per raggirare l’uomo più ricco d’Inghilterra, l’avido collezionista Lionel Shabandar, convincendolo ad acquistare un falso dipinto di Monet. Come esca, recluta una regina del rodeo texana, che si farà passare per donna il cui nonno mise le mani sul dipinto alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Gambit
Regia: Michael Hoffman
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Fotografia: Florian Ballhaus
Montaggio Paul Tothill
Musica: Rolfe Kent
Cast: Colin Firth (Harry Deane), Stanley Tucci (Martin Zaidenweber), Cameron Diaz (PJ Puznowski), Alan Rickman (Lionel Shahbandar), Cloris Leachman (nonna Merle), Tom Courtenay (sindaco Wingate), Anna Skellern (Fiona), Senem Temiz (Diner), Togo Igawa (Takagawa)
Anno: 2012
Durata: 89′
Origine: Stati Uniti
Genere: commedia
Produzione: Crime Scene Pictures, Michael Lobell Productions
Distribuzione: Medusa
Data di uscita: 28 febbraio 2013

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Torna la voglia dei fratelli Coen di realizzare un remake di un classico del cinema. Dopo The Ladykillers, rifacimento tutto americano di una “commedia ealing inglese” (da interdersi: prodotta dai londinesi Ealing Studios) omonima degli anni Cinquanta, i due inossidabili fratelli ci riprovano con un classico (ma stavolta firmano solo la sceneggiatura e affidano la regia al mestierante Michael Hoffman), sempre inglese, degli anni Sessanta, firmato da un “artigiano d’autore” dello spessore di Ronald Neame con due protagonisti assoluti come Michael Caine, Shirley MacLaine e lo splendido caratterista, recentemente scomparso, Herbert Lom. I fratelli Coen compiono anche stavolta la stessa operazione del citato Ladykillers modernizzando l’ambientazione e costruendo nuove gag e un differente umorismo. Ma se nel precedente si poteva osservare nei Coen tutto un lavoro di parafrasi dal cinema inglese al cinema americano di oggi (in realtà stavolta puntano ad omaggiare più la commedia classica statunitense), stavolta non ci sono riusciti affatto perché la nuova versione di Gambit difetta di troppa grossolanità per non apparire nulla di più di un filmetto con pochissime qualità, nonostante in questo caso sull’attenti ci siano due star internazionali come Colin Firth e Cameron Diaz, chiamati a giocare i cliché di ruoli nei quali l’immaginario collettivo ha imparato negli anni a identificarli. Da un lato lui è il perfetto ladro gentiluomo, compito e molto “british”, dall’altro lei veste i panni di una campionessa di rodeo texana dall’accento strascicato e dall’indole molto poco pacifica e raffinata. Lui però resta ingessato anche nella recitazione, lei sembra totalmente assente in un personaggio privo di struttura narrativa.

Il contrasto caratteriale dei loro ruoli sullo schermo è sempre stato uno schema tipico del canovaccio della commedia, ma questo se fatto bene è sempre efficace. Il gioco dei ruoli, infatti, ha fatto la storia del cinema americano, in particolare attraverso la screwball comedy, e ha trovato le sue radici in classici degli anni Trenta come Accadde una notte di Frank Capra, Nulla di serio di William Wellman, Susanna di Howard Hawks, L’orribile verità di Leo McCarey, Le mie due mogli di Garson KaninIncantesimo e Scandalo a Filadelfia di George Cukor. Storie che vedevano il punto di maggiore forza nell’alchimia dalla coppia, che sia quella rappresentata da Clark Gable e Claudette Colbert o da Fredric March e Carole Lombard o da Cary Grant a seconda dei casi con Irene Dunne o Katharine Hepburn. Quell’alchimia, anche solo sussurrata, in questo caso specifico manca totalmente. A questo si aggiunge la sceneggiatura dei due Coen, che strutturano tutto in una narrazione lenta e soporifera, non frizzante come dovrebbe essere, e le gag, laddove ci sono, appaiono davvero fuori luogo, piene di doppi sensi infantili, puerili e datati e forse più vicini a quelle del Banfi e della Fenech nazionali piuttosto che del Gable e della Colbert del caso anche se il film mantiene nel suo schema la storica definizione di Andrew Sarris “sex comedies without the sex”. Certo già l’originale Gambit non era certo l’originale di Ladykillers, ma perlomeno sembrava molto più attuale nonostante i suoi quasi cinquant’anni. E per quanto quello sia invecchiato maluccio osa certamente di più e certamente meglio nella sua ironia. Persino i doppi sensi, sebbene più velati, appaiono molto più audaci e intelligenti. Così come i personaggi di contorno sono molto più caratterizzati, qui invece sembra non esistano. Terribile poi vedere la straordinaria veterana Cloris Leachman implicata in un cameo di una manciata di secondi, che cita però con delizia il suo splendido ruolo di Maw Maw nella sitcom Aiutami Hope!.

ERMINIO FISCHETTI


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