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Hitchcock

Sacha Gervasi esordisce alla regia raccontando con banalità il rapporto fra il genio del brivido e sua moglie Alma Reville nel periodo della complessa lavorazione di Psycho.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Hitchcock

Trama: Alfred Hitchcock, il maestro universale della suspense, aveva un’anima nascosta, la donna che ispirò i suoi capolavori: Alma Reville, sua moglie e collaboratrice artistica. Ora, per la prima volta, il regista Sacha Gervasi, porta sul grande schermo la loro emozionante e complessa storia d’amore e lo fa attraverso il racconto della genesi di uno dei suoi film più controversi e leggendari: Psycho.

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Hitchcock
Regia: Sacha Gervasi
Sceneggiatura: John J. McLaughlin
Fotografia: Jeff Cronenweth
Montaggio: Pamela Martin
Musica: Danny Elfman
Cast: Anthony Hopkins (Alfred Hitchcock), Helen Mirren (Alma Reville), Scarlett Johansson (Janet Leigh), Danny Huston (Whitfield Cook), Toni Collette (Peggy Robertson), Michael Stuhlbarg (Lew Wasserman), Michael Wincott (Ed Gein), Jessica Biel (Vera Miles), James D’Arcy (Anthony Perkins), Kurtwood Smith (Geoffrey Shurlock), Ralph Macchio (Joseph Stefano)
Anno: 2012
Durata: 98′
Origine: Stati Uniti
Genere: biografico
Produzione: The Montecito Picture Company
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 04 aprile 2013

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Recensionescritta da Erminio Fischetti

Il making of diventa oggetto di sceneggiatura. La storia di un progetto cinematografico può essere spesso molto più interessante del film stesso. E ce ne sono da raccontare, dalla produzione titanica di Via col vento a quella faraonica di Cleopatra, passando per quella sofferta di Apocalypse Now. Sono stati scritti libri, analizzate vicende, fatte ricerche sui vari pettegolezzi e leggende costruite intorno al concepimento e alla realizzazione di una pellicola. Alfred Hitchcock ad esempio ne ha fatti sudare di studiosi, di filmologi, di scrittori, di colleghi, tanto da essere l’oggetto di una vastissima produzione di libri e documentari. E finalmente il 2012 è stato sia al cinema che in televisione il suo anno, attraverso due opere a lui dedicate. O meglio dedicate a tre dei suoi capolavori più popolari, che sono stati realizzati uno di seguito all’altro. Se la HBO americana e la ITV inglese hanno messo in scena il rapporto fra il grande regista – noto per la morbosità con la quale trattava le sue bionde e algide protagoniste femminili – e una delle sue muse, quella Tippi Hedren de Gli uccelli e Marnie, raccontando il rapporto ossessivo e crudele dell’uomo verso la donna in The Girl (3 nomination agli ultimi Golden Globe), ecco che invece Sacha Gervasi per il grande schermo ha preferito esordire alla regia prendendo spunto dalle traversie del maestro per realizzare Psycho, un progetto scomodissimo all’apice della sua carriera. Ma il film stranamente sembra concentrarsi più sulla figura della vera musa ispiratrice del grande autore inglese, ovvero sua moglie Alma Reville, né bionda né fatale, che in realtà fu sua valida collaboratrice in toto, dal supporto morale a quello tecnico delle sue opere (Alma era la sua correttrice di bozze, spesso aveva intuizioni brillanti – fu sua l’idea della musica da suspense nella scena della doccia di Psycho – e soprattutto revisionava le sceneggiature). Insomma alla fine Sacha Gervasi insegue la massima che dietro il grande uomo si cela sempre una grande donna. E il film sembra infatti prendere decisamente questa piega, in un tripudio di banalità narrative all’interno delle quali si snoda una crisi di coppia, fra gli egoismi di un uomo al centro dell’attenzione e una “moglie infermiera” sempre attenta ai bisogni di lui, pronta a farsi da parte di fronte al mondo che osanna un uomo che, seppur geniale, sarebbe stato niente senza di lei. Concentrandosi inoltre – in maniera molto discutibile e sciatta – sulle ossessioni psicologiche del protagonista, narrate attraverso fittizi incubi e deliri psicanalitici, che dialoga di se stesso con Ed Gein, il vero serial killer sul quale si basano le vicende del Norman Bates di Psycho.

La pellicola si rivela però, più che un biopic corretto sul personaggio, seppure funzionale nel suo gioco ironico su alcuni cliché comportamentali senza però imitare nella fattura il suo cinema (una cosa per certi versi positiva se si considera che tanti suoi colleghi, dagli anni Cinquanta in poi, hanno tentato di emularlo e molti senza riuscirci), una ricostruzione precisa dei fatti sulla realizzazione del film in questione. Quindi Gervasi nell’evitare di cadere nella trappola dell’omaggio tout-court si dimostra molto intelligente. Meno però nella ricostruzione estetica, che lascia alquanto a desiderare specialmente nello sfondo delle figure che hanno lavorato e partecipato al film (Scarlett Johansson fa Scarlett Johansson e non certo Janet Leigh, James D’Arcy sembra un omosessuale qualsiasi e non il complesso e confuso Tony Perkins, etc. etc). insomma, i personaggi “di contorno” si rivelano alquanto macchiettistici. Questo non perché gli attori non ci provino quanto piuttosto perché la sceneggiatura non sembra dare molta importanza alla caratterizzazione dei loro ruoli. Alla fine, Hitchcock si rivela grande veicolo per i due interpreti protagonisti, ma stranamente non tanto per Hopkins quanto per quella Helen Mirren intoccabile e indistruttibile. Così, sia dentro che fuori lo schermo la Alma/Helen rende un omuncolo piccolo e inutile l’Hitch/Hopkins che, seppur preciso nel calzare la maschera fisica del regista, sembra troppo posticcio dietro quel trucco (nonostante l’ottimo lavoro fatto in tal senso dai tecnici), colpa anche della raffigurazione di un uomo il cui profilo è fin troppo impresso nell’immaginario collettivo, anche di quello che magari di cinema mastica ben poco. Raccontare Hitchcock non necessariamente implica doverlo essere.

ERMINIO FISCHETTI


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