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Non ci indurre in tentazione

Giovane esordio in aria underground, a basso budget e alto istinto di provocazione. Ma l'HD spegne qualsiasi velleità "irregolare".

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Non ci indurre in tentazione

Trama: Un ex-seminarista in crisi di fede, rinchiuso tra le pareti della casa natia, intraprende gli ultimi giorni di una lotta spirituale con il suo Doppio tentatore, “un gemello cattivo” che lo perseguita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Non ci indurre in tentazione
Regia: N. Santi Amantini
Cast: Lorenzo Berti
Sceneggiatura: Lorenzo Berti, N. Santi Amantini
Fotografia: N. Santi Amantini
Montaggio: Lorenzo Lombardi
Musica: Andrea Dell’Olio, Dario Lastrucci
Anno: 2012
Durata: 77′
Origine: Italia
Genere: drammatico
Produzione: La Marina Pictures
Distribuzione: Whiterose Pictures
Data di uscita: 28 febbraio 2013

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Recensionescritta da Massimiliano Schiavoni

Quando inizia a globalizzarsi anche l’underground, evidentemente si vivono tempi assai duri per il cinema e le arti in genere. E’ una delle prime riflessioni spontanee durante e dopo la visione di Non ci indurre in tentazione, opera rispettabile sotto molteplici aspetti del giovane filmmaker N. Santi Amantini, classe 1989, tutto furore iconoclasta e aggressività concettuale come si conviene, e come pure dovrebbe accadere più spesso, a ogni nuova generazione di aspiranti cineasti. Ma che, al tempo stesso, mostra e dice più o meno tutto a sfavore delle ellissi e delle sospensioni narrative, e, dato ancor più sostanziale, facendo ricorso a una visività largamente condivisa, o quantomeno riconducibile a retoriche espressive affermate. Da un lato è lecito essere felici di rivedere barlumi di un underground italiano, fatto di piccole case di produzione, di progetti low budget o addirittura no budget, dove le sfide ai confini del visibile possono e devono essere lanciate con tenace convinzione; dall’altro la povertà di mezzi non è esatto sinonimo di povertà espressiva, e nel film di Santi Amantini le due categorie rischiano spesso di confondersi. Ribadiamo, la sfida è notevole, dal momento che per l’opera d’esordio il filmmaker sceglie nientemenoché il racconto a unico personaggio a porte chiuse. Magari si è trattato pure di una scelta condizionata per limitare il budget, ma l’indagine di una psiche scissa di un ex-seminarista, tra i dettami totalitari di una fede religiosa vissuta come tormento, e la violenza di un rapporto vischioso con la figura materna, è comunque condotta con un certo rigore e ferma convinzione.

D’altro canto, lascia perplessi constatare quanto l’entusiasmo per lo “scandalo in immagini” si scontri con la sostanziale banalità sia dell’assunto sia della sua messinscena. Ad Amantini piace aggredire lo spettatore, cosicché anche lo sberleffo sacrilego verso la religione e la violazione della figura materna sono mostrati con compiaciuta insistenza e con un proprio ghigno grottesco (il doppio psicotico del protagonista si masturba col dipinto della madre, poi chiosa la preghiera a tavola con una pernacchia). Ma spesso non è sufficiente dire, per dire. Anzi, se poi l’atto narrativo è sostenuto dalle deboli spalle di una produzione semi-amatoriale con attori allo sbaraglio, è forse più indicato ricorrere all’ellissi, strumento estremamente economico ed espressivo, talvolta anche salvifico. In più, Non ci indurre in tentazione è testimone di un’altra globalizzazione in atto, ovvero quella della perfetta definizione HD. Girato tutto in digitale, il film di Santi Amantini vede annullarsi in un attimo tutta la sua “irregolarità” underground nel lindore fotografico delle sue immagini in bianco e nero. Il conseguente, generalizzato paradosso si rivela nell’uniformità visiva tra alto e basso, tra cinema e cinema “contro”. Forse siamo noi ancora legati a schemi superati, in cui l’underground era sporco anche nella sua grana, nella sua immagine-non immagine. E’ un fatto, comunque, che se non fosse per i suoi evidenti limiti di budget, Non ci indurre in tentazione non evocherebbe in nessun modo umori e afrori underground. Semmai, un sorrisino d’affetto.

MASSIMILIANO SCHIAVONI


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