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Non Aprite quella Porta 3D

Sequel dell'horror cult diretto da Tobe Hooper del 1974, Non aprite quella porta 3D rilancia il franchise in stile Mtv. Ma le risate (involontarie) sono più dei brividi.

Scheda film informazioni

SCHEDA FILM: Non Aprite quella Porta 3D

Trama: Ispirato all’omonimo film del 1974, quest’ultimo capitolo della saga si apre con la folla infuriata che dà fuoco all’abitazione di Leatherface. La terribile famiglia di cannibali è stata sterminata dietro l’incoraggiamento del sindaco Hartman, ma dopo un periodo di calma apparente, gli omicidi ricominceranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Texas Chainsaw 3D
Regia: John Luessenhop
Cast: Alexandra Daddario (Heather Miller), Dan Yeager (Leatherface), Trey Songz (Ryan), Scott Eastwood (Carl), Tania Raymonde (Nikki), Shaun Sipos (Darryl), Keram Malicki-Sánchez (Kenny), Thom Barry (sceriffo Hooper), Paul Rae (Burt Hartman), Bill Moseley (Drayton Sawyer)
Sceneggiatura: Adam Marcus, Debra Sullivan, Kirsten Elms
Fotografia: Anastas N. Michos
Montaggio: Randy Bricker
Musica: John Frizzell
Anno: 2013
Durata: 92′
Origine: Stati Uniti
Genere: horror
Produzione: Leatherface Productions, Lionsgate, Mainline Pictures, Millennium Films, Nu Image Films, Twisted Chainsaw Pictures
Distribuzione: Moviemax
Data di uscita: 28 febbraio 2013

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Recensionescritta da Caterina Gangemi

Tra le insidie che un horror può incontrare, indubbiamente l’umorismo è la più pericolosa. Ottimo alleato se declinato consapevolmente in chiave di autoironia (come provato dall’opera di autori come Raimi e Jackson), ma anche nemico letale se sfruttato incautamente o peggio, sottovalutato: d’altra parte, quale prova di un fallimento può essere più tangibile della risata che si sostituisce al brivido? Sorprende perciò trovarsi ancora oggi al cospetto di operazioni come Non aprite quella porta 3D che, in barba ad una percezione ormai raffinata del ridicolo da parte del pubblico – in particolare quello più avvezzo al genere – riescono ad incappare in tutte le trappole della comicità involontaria. Ultimo prodotto scaturito dall’omonimo cult – tuttora capolavoro insuperato – diretto da Tobe Hooper nel 1974, dopo due seguiti, una sorta di remake, un prequel e un reboot, il film affidato alla regia di John Luessenhop è un sequel dal taglio giovanilista che poco ha da aggiungere al franchise dedicato al serial killer Leatherface. Riprendendo la storia dal punto in cui Hooper l’aveva interrotta, la pellicola si focalizza sulla giovane Heather che, attraverso una villa nei pressi di Newt, in Texas, ricevuta in eredità dalla nonna appena defunta, scopre di appartenere alla famigerata famiglia dei Sawyer, sterminata in un brutale linciaggio perché responsabile di svariati omicidi. Giunta sul posto insieme al fidanzato e due amici, Heater finisce però con l’attirare le attenzioni degli abitanti della cittadina, ancora assetati di vendetta nei confronti della sua sanguinaria stirpe. Ma i legami con l’originale si limitano all’aggancio nel plot e a una dimensione slasher abbastanza fedele che non risparmia il consueto repertorio di amputazioni, corpi segati in due e volti scuoiati, annacquata tuttavia in un’estetica patinata stile Mtv – dall’innocua regia le cui uniche trovate giocate sulla sorpresa, agli attori bellocci quanto inetti – in caratterizzazioni archetipiche, se non elementari, e in una sceneggiatura zeppa di lacune e improntata alla più disarmante prevedibilità.

Schematismi che – alla luce di quanto compiuto dai vari Scream, Scary Movie, fino a Quella casa nel bosco – non sortiscono altro effetto se non quello di mettere ulteriormente a nudo determinati stilemi e meccanismi, da tempo sottratti alla loro funzione originaria per essere, all’opposto, ormai pienamente assimilati nella cultura popolare come caratterizzanti forme quali la parodia o il pastiche. Così, laddove anche per lo spettatore meno smaliziato non ci vuol molto ad anticipare gli sviluppi della vicenda, diventa allo stesso tempo impossibile farsi coinvolgere e prendere sul serio le peripezie di personaggi che, immuni ad ogni istinto di sopravvivenza sembrano fare di tutto per agevolare la propria dipartita. Teso a una carineria patinata e orientato a sensazioni a buon mercato, Non aprite quella porta 3D risente soprattutto della rinuncia a quell’atmosfera di disturbante follia e a quella stratificazione che nel lavoro di Hooper ancorava il terrore alla riflessione su una violenza primitiva repressa e occultata dietro le convenzioni della piccola comunità, catalizzata tramite la tragica figura di Leatherface, peraltro recentemente riportata in auge nella seconda stagione della serie televisiva American Horror Story. Irrilevanti il ricorso al 3D e – anche a causa del doppiaggio italiano – l’apporto del cast, nel quale vale la pena segnalare il cameo di Gunnar Hansen e la breve comparsa di Marilyn Burns (interpreti rispettivamente di Leatherface e Sally Hardesty nel primo film della serie).


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