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Rossella Falk: il cinema come sporadico passatempo

Scompare a 86 anni un'autorità del teatro italiano: Rossella Falk. Sporadico il rapporto con il cinema, tra Fellini, Losey, Argento e il thriller di serie B.

Solo una settimana fa davamo l’ultimo saluto ad Anna Proclemer, grande interprete del nostro teatro che solo saltuariamente, e in occasioni quasi mai felicissime, si era concessa al cinema, intessendo al contrario un intenso e duraturo rapporto col mondo dello sceneggiato televisivo. Scelte simili hanno caratterizzato anche un’altra autorità del teatro italiano, Rossella Falk, scomparsa ieri all’età di 86 anni a pochi giorni di distanza dalla collega. Formatasi lungo tutti gli anni Cinquanta alla scuola delle migliori realtà teatrali italiane (Piccolo Teatro di Milano, la Compagnia Morelli-Stoppa, la Compagnia Valli-De Lullo), la Falk raggiunse una sua prima notorietà per il memorabile Sei personaggi in cerca d’autore messo in scena proprio da De Lullo nel 1964. Da sempre si è mossa infatti sui migliori palcoscenici e sotto la direzione dei più illustri registi (Visconti, Cobelli, Patroni Griffi), lasciando al cinema poco più delle briciole. C’è un suo ruolo, in realtà, che resta marchiato a fuoco nella memoria collettiva: l’amica acida e cattivella di Otto e mezzo (1963), uno dei numerosi ritratti femminili che affollano il corto circuito psico-emotivo inscenato da Fellini tramite l’alter ego Marcello Mastroianni. Migliore amica della moglie isterica e depressa Anouk Aimée, la Falk incarna una sorta di “grillo parlante” per la coscienza del protagonista in crisi esistenziale e creativa. Un personaggio femminile meno giustificato e “necessario” degli altri, ma che in tal senso suscita molte curiosità in quanto lascia ipotizzare che Fellini vi abbia fatto risuonare qualche figura di amica “ancillare” ripresa dalla sua vita privata. O, forse, non è altro che il doppio coscienzioso, l’alter ego saggio di una moglie fedele e apprensiva.

In seguito, Rossella Falk partecipò a film di Nanni Loy, Joseph Losey, Robert Aldrich, ma il rapporto più fertile s’instaurò con gli sceneggiati e la prosa televisiva, territorio ritenuto più consono agli attori di estrazione teatrale. Prese parte infatti a una pietra miliare del genere, Il segno del comando (1971) di Daniele D’Anza, che ha praticamente spaventato un’intera generazione di spettatori tramite minimali strumenti espressivi. Forse per naturale prosecuzione di questa esperienza l’attrice si prestò poi al thriller all’italiana, discendente dai film di Dario Argento, genere che in quegli anni si configura come un curioso rifugio cinematografico per i nostri migliori attori teatrali; come d’uso nello sfruttamento di un filone commerciale, i film in cui appare la Falk sono onesti prodotti di serie B, diretti da buoni mestieranti come Alberto De Martino, Paolo Cavara, Luigi Bazzoni. Tra questi, forse merita qualche attenzione in più La tarantola dal ventre nero (1971) di Paolo Cavara, quantomeno per l’ottimo cast di attori (Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli, Barbara Bach, Claudine Auger, Barbara Bouchet…). Poi, dalla fine degli anni ’70, un rapporto esclusivo con il teatro, con un solo estemporaneo ritorno al cinema proprio per un thriller all’italiana, Nonhosonno (2000) di Dario Argento, in cui tuttavia la consueta, sbrindellata direzione d’attori del regista romano affianca interpreti stonatissimi all’impostazione fin troppo stentorea di Rossella Falk. Come per Anna Proclemer, insomma, il terreno elettivo d’espressione era altrove. E il cinema? Un giocoso e sporadico passatempo.

MASSIMILIANO SCHIAVONI

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