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Amaro amore

Esordio tragicomico per Francesco Henderson Pepe. Rai Cinema e Istituto Luce mettono la firma a un pasticciaccio sentimentale tutto girato a Salina.

Scheda film informazioni

Di romanzacci rosa e di altri disastri. Il giovane Francesco Herdeson Pepe, uscito dalla NUCT di Roma e a valle di una gavetta vaga e sparpagliata, tra set e organizzazione eventi, trova le risorse per girare il suo primo lungometraggio. Amaro amore – comprodotto da Raicinema, sostenuto, oltre che dalla Sicilia Film Commission, anche dalla società di produzione di Anna Falchi, e, più importante di tutto, destinatario del fondo di garanzia del Ministero – è uno strano oggetto: un film drammatico, uno strappalacrime romantico, un bizzarro tentativo di portare sullo schermo lo stile e la materia dei romanzi romantico-erotici in serie – non di rado piuttosto inclini a una certa lascivia ammiccante -, quelli, per capirci che si trovavano, d’estate, nelle edicole sul lungomare. O forse no: piuttosto il prodotto immaturo di un regista e un autore (?) non ancora pronto a prender parola e con poche idee confuse nella testa.

L’incipit sembra quello di un film europeo “d’autore”: due fratelli francesi sbarcano a Salina per passarci l’estate. Tutto intorno però già inizia il birignao del cinemino all’italiana, quasi innervato di gusto da soap opera (Un posto al sole è a due passi): il giovane siculo, rude ma piacente, che si divide tra il lavoro in un piccolo cantiere navale e il camerierato in un bar per turisti, la madre (un’Angela Molina più spaesata del solito), rigida ma intensa vedova, dedita alla cura della vigna e all’amore nascosto con l’oste, la pittrice (!) bella e provocante, tutta palpiti e fremiti per il maturo ex malvivente rifugiatosi sull’isola dopo una vita di peripezie. E nel seguito non si migliora, anzi, tanto che in fondo al film ci si arriva frastornati, sperduti, un po’ disturbati, come dopo un viaggio in barca col mare in burrasca.

Tutto va come deve andare, succede proprio quel che ci si aspetta, a bacio segue bacio, a corpo nudo segue corpo nudo (e anche qui, non si lesinano le scene di nudo spavaldamente gratuite e ampiamente prevedibili), a screzio segue screzio in un intreccio di sesso per niente erotico, silenzi imbarazzati (e imbarazzanti scenate), eterosessualità, omosessualità, incesti, falsi scandali e voci insinuanti. Solo che, dall’inizio alla fine, attraverso un viaggio allucinante, si passa da una scena scollata all’altra, da un dialogo intimo a una festa a un amplesso, e poi di nuovo daccapo, senza lo straccio della pur minima parabola narrativa, della più esile struttura drammaturgica, della più microscopica parvenza di un’idea di racconto. Forte e ineludibile si ripresenta a ogni fotogramma (Pepe, per questo suo primo cimento ha lottato, vittoriosamente, per ottenere di poter girare in pellicola) solo la roboante assenza di una qualunque idea di cinema.

Pepe - anche soggettista e sceneggiatore del suo esordio – dimostra di non amare nessuno dei suoi personaggi, e di venerare invece tutte le immagini che i giocattoli che manovra – finanziati anche con soldi pubblici – gli permettono di produrre. Così Amaro amore non è altro che il meschino capriccio di un regista che forse non sboccerà mai, dentro il quale storia, personaggi, interpreti sono sadicamente maciullati con stupida crudeltà.

SILVIO GRASSELLI

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Recensionescritta da Silvio Grasselli

Di romanzacci rosa e di altri disastri. Il giovane Francesco Herdeson Pepe, uscito dalla NUCT di Roma e a valle di una gavetta vaga e sparpagliata, tra set e organizzazione eventi, trova le risorse per girare il suo primo lungometraggio. Amaro amore – comprodotto da Raicinema, sostenuto, oltre che dalla Sicilia Film Commission, anche dalla società di produzione di Anna Falchi, e, più importante di tutto, destinatario del fondo di garanzia del Ministero – è uno strano oggetto: un film drammatico, uno strappalacrime romantico, un bizzarro tentativo di portare sullo schermo lo stile e la materia dei romanzi romantico-erotici in serie – non di rado piuttosto inclini a una certa lascivia ammiccante -, quelli, per capirci che si trovavano, d’estate, nelle edicole sul lungomare. O forse no: piuttosto il prodotto immaturo di un regista e un autore (?) non ancora pronto a prender parola e con poche idee confuse nella testa.

L’incipit sembra quello di un film europeo “d’autore”: due fratelli francesi sbarcano a Salina per passarci l’estate. Tutto intorno però già inizia il birignao del cinemino all’italiana, quasi innervato di gusto da soap opera (Un posto al sole è a due passi): il giovane siculo, rude ma piacente, che si divide tra il lavoro in un piccolo cantiere navale e il camerierato in un bar per turisti, la madre (un’Angela Molina più spaesata del solito), rigida ma intensa vedova, dedita alla cura della vigna e all’amore nascosto con l’oste, la pittrice (!) bella e provocante, tutta palpiti e fremiti per il maturo ex malvivente rifugiatosi sull’isola dopo una vita di peripezie. E nel seguito non si migliora, anzi, tanto che in fondo al film ci si arriva frastornati, sperduti, un po’ disturbati, come dopo un viaggio in barca col mare in burrasca.

Tutto va come deve andare, succede proprio quel che ci si aspetta, a bacio segue bacio, a corpo nudo segue corpo nudo (e anche qui, non si lesinano le scene di nudo spavaldamente gratuite e ampiamente prevedibili), a screzio segue screzio in un intreccio di sesso per niente erotico, silenzi imbarazzati (e imbarazzanti scenate), eterosessualità, omosessualità, incesti, falsi scandali e voci insinuanti. Solo che, dall’inizio alla fine, attraverso un viaggio allucinante, si passa da una scena scollata all’altra, da un dialogo intimo a una festa a un amplesso, e poi di nuovo daccapo, senza lo straccio della pur minima parabola narrativa, della più esile struttura drammaturgica, della più microscopica parvenza di un’idea di racconto. Forte e ineludibile si ripresenta a ogni fotogramma (Pepe, per questo suo primo cimento ha lottato, vittoriosamente, per ottenere di poter girare in pellicola) solo la roboante assenza di una qualunque idea di cinema.

Pepe - anche soggettista e sceneggiatore del suo esordio – dimostra di non amare nessuno dei suoi personaggi, e di venerare invece tutte le immagini che i giocattoli che manovra – finanziati anche con soldi pubblici – gli permettono di produrre. Così Amaro amore non è altro che il meschino capriccio di un regista che forse non sboccerà mai, dentro il quale storia, personaggi, interpreti sono sadicamente maciullati con stupida crudeltà.

SILVIO GRASSELLI

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Interviste i protagonisti raccontano

Intervista a Francesco Henderson Pepe, regista di Amaro amore. A cura di Silvio Grasselli
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