A Touch of Sin

Jia Zhangke narra storie di ordinaria follia nella Cina contemporanea, tra violenza e disperazione. Il primo colpo al cuore del Festival di Cannes.

Leggendo di sfuggita il programma del Festival di Cannes, a ridosso della conferenza stampa di presentazione, l’occhio era caduto sui rimandi a King Hu insiti nel titolo A Touch of Sin prima ancora di comprendere che si aveva a che fare con il nuovo parto creativo di Jia Zhangke. La mente è allora corsa indietro nel tempo fino a rintracciare la notizia che si sparse due anni addietro, e in cui si parlava di un wuxia diretto da Jia e prodotto dalla Milkyway di Johnnie To, che avrebbe affrontato il sistema imperiale cinese a ridosso del Ventesimo Secolo: un progetto destinato a rimanere purtroppo fermo alla fase di preproduzione, e che difficilmente riuscirà a trovare una materializzazione nel futuro prossimo.

A scanso di equivoci è dunque doveroso precisare fin da subito come A Touch of Sin (titolo internazionale scelto per la bisogna, mentre l’originale recita Tian zhu ding) non tratti di cavalieri erranti, né tantomeno sia ambientato in un’epoca passata, per quanto entrambi questi due elementi acquistino un valore teorico e contenutistico non indifferente nel corso del film. Attraversando da parte a parte la Cina di oggi, infatti, Jia Zhangke la mette in scena come una terra di nessuno, dove vige la legge del più forte e per gli umili non c’è altra soluzione se non la diaspora, o la morte. A loro modo il minatore Dahai, il lavoratore migrante San’er, la receptionist Xiao Yu e l’operaio Xiao Hui, protagonisti delle quattro storie di cui si compone il film, sono vittime della società anche perché sembrano uscire da un tempo lontano: dopotutto è un collega di lavoro di Dahai a fargli notare, mentre l’uomo arringa i compagni di fatica contro il padrone della miniera, come probabilmente si sarebbe trovato più a suo agio se fosse vissuto durante gli anni di guerra civile contro il Kuomintang di Chiang Kai-shek. Questi uomini e queste donne senza speranza, soffocati da un sistema politico corrotto e nel quale il capitalismo più mostruoso si è unito in un amplesso mortifero con l’accentramento di potere post-maoista, non possono far altro se non affidarsi a una cieca rabbia distruttrice, nella quale però vengono inevitabilmente risucchiati.

Orchestrato come un percorso a tappe nella Mainland China contemporanea, A Touch of Sin narra di ribellioni isolate quanto furibonde nella loro belluina e devastante potenza: Dahai, disilluso nella sua pervicace ricerca di giustizia, la affida a un fucile; San’er scopre le infinite possibilità della sua pistola; Xiao Yu si difende dalle insistenti avance di un ricco cliente della sauna in cui lavora a colpi di coltello; Xiao Hui non riesce a trovare pace in nessun luogo. Jia, alle prese con la sua opera più smembrata – nel percorso narrativo – e smembrante – per ciò che avviene sullo schermo –, lascia che la violenza irrompa in maniera quasi irrazionale, imprevedibile, sempre e comunque scioccante. Non vi è nulla di gratuito, o di evitabile, nella sua messa in scena: le immagini che si compongono, anche le più difficili da sostenere, posseggono un’indispensabile e crudele verità dalla quale non si può rifuggire.

Nella sua creatura più dichiaratamente politica, forse anche palesata in maniera eccessivamente chiara, il quarantatreenne regista nativo dello Shanxi, condensa passioni, ossessioni e punti fermi della sua poetica autoriale: tra le pieghe di A Touch of Sin è infatti possibile riconoscere l’afflato di The World e Platform, la ridefinizione del “reale” che deflagrava in Still Life, l’elegante composizione di 24 City, lo sguardo sulla gioventù di Unknown Pleasures, il labile confine che divide legalità e illegalità attorno al quale ruotava Xiao Wu, ma anche la forte idea di testimonianza che rappresentava il cuore di I Wish I Knew e Dong.

Pur senza rappresentare l’apice artistico di Jia (le vette di Platform e Still Life sembrano tuttora irraggiungibili), A Touch of Sin si palesa nella sua essenza primaria di film-summa, punto di arrivo che forse potrebbe preludere in futuro a un cambio di rotta, seppur parziale. Come sempre prodotto dall’Office Kitano – e mai come in questo caso sono state avvertibili le influenze del cineasta nipponico sull’opera di JiaA Touch of Sin è il grido di dolore di un uomo che vede la deriva della propria patria senza avere nulla da contrapporvi. Come gli animali presenti in scena (il cavallo frustato, la scimmia al guinzaglio, i pesci rossi imprigionati in una busta di plastica, l’anatra sgozzata) anche l’umanità descritta da Jia resta a guardare, in attesa che la marea la sovrasti e in grado solo di quando in quando di lasciarsi sorprendere da un tardivo anelito di ribellione. Wuxia senza essere wuxia, A Touch of Sin è il primo colpo al cuore del concorso della sessantaseiesima edizione del Festival di Cannes. Peccato che la proiezione stampa, come triste abitudine per i film asiatici, sia stata per metà disertata.

RAFFAELE MEALE