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Behind the Candelabra

Con grazia e ironia Steven Soderbergh racconta gli amori tumultuosi dello showman americano Liberace. Ma la formula del biopic gli sta decisamente stretta. Strepitosa la performance di Michael Douglas.

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Difficile immaginare un genere cinematografico in cui Steven Soderbergh non si senta perfettamente a suo agio. Con una filmografia da vero e proprio trasformista, l’autore che con il suo primo film Sesso, bugie e videotape (1987) conquistò a colpo sicuro la palma d’Oro a Cannes, ha diretto tra gli altri scanzonati caper movie (la serie di Oceans), film biografici di impegno civile (Erin Brockovich), thriller sul narcotraffico (Traffic) curiosi esperimenti televisivi (K Street) e in digitale (Bubble). Nuovamente in concorso sulla croisette con Behind the Candelabra l’autore si immerge stavolta in un universo queer fatto di lustrini e paccottiglia kitsch per raccontare con tratto realistico la turbolenta relazione che legò il pianista e showman Liberace (Michael Douglas) al suo giovane amante Scott Thorson (Matt Damon).

Tratta dal romanzo omonimo firmato dalla stesso Thorson, prodotta dalla HBO e destinata in patria al solo passaggio televisivo per via pare delle tematiche troppo “targhettizzate”, la pellicola di Soderbergh è una riflessione scintillante sull’arte della messinscena, coadiuvata dall’eccezionale interpretazione del suo protagonista, un Michael Douglas finalmente alle prese con un ruolo in grado di riportarne in luce tutto il talento. Senza mai scadere in facili stereotipi legati all’omosessualità – dai quali il nostro cinema è invece ancora pesantemente affetto – Behind the Candelabra documenta semplicemente la parabola di una storia d’amore tra le tante possibili. Ma non è solo un tratto di vita di Liberace ad essere oggetto del film che si concede infatti momenti più o meno approfonditi di analisi sull’apparire che si manifestano nelle -purtroppo rade – messinscene degli spettacoli del musicista, e trovano un ulteriore rispecchiamento nel vistoso e auto celebrativo privato del personaggio, tra oggettistica e ritrattistica pop, gioielli vistosi di dubbio gusto, gonfi toupè e soprattutto poi con la chirurgia plastica (strepitoso il cameo di Rob Lowe nei panni del chirurgo) che costituirà forse l’unico trait d’union tra due amanti che poco hanno in comune. Soderbergh ci mette poi del suo con immagini che si concedono abbaglianti effetti flou e l’esplicito intento derivativo dal melodramma classico americano. In particolare ad essere citato qui è Magnifica Ossessione, di Douglas Sirk mixato con Operazione diabolica di Frankenheimer (entrambi citati in occasione della plastica facciale). Nel complesso però la struttura del biopic resta intatta, forse per via anche della committenza (la HBO è adusa a questo tipo di prodotto per la tv diretto da nomi di rilievo come già accaduto con Betty Page di Mary Harron) e Soderbergh questa volta, pur utilizzando tutti i trucchi del suo raffinato mestiere, non riesce a fare di Behind the Candelabra un lavoro che sia davvero tutto suo.

DARIA POMPONIO

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Recensionescritta da Daria Pomponio

Difficile immaginare un genere cinematografico in cui Steven Soderbergh non si senta perfettamente a suo agio. Con una filmografia da vero e proprio trasformista, l’autore che con il suo primo film Sesso, bugie e videotape (1987) conquistò a colpo sicuro la palma d’Oro a Cannes, ha diretto tra gli altri scanzonati caper movie (la serie di Oceans), film biografici di impegno civile (Erin Brockovich), thriller sul narcotraffico (Traffic) curiosi esperimenti televisivi (K Street) e in digitale (Bubble). Nuovamente in concorso sulla croisette con Behind the Candelabra l’autore si immerge stavolta in un universo queer fatto di lustrini e paccottiglia kitsch per raccontare con tratto realistico la turbolenta relazione che legò il pianista e showman Liberace (Michael Douglas) al suo giovane amante Scott Thorson (Matt Damon).

Tratta dal romanzo omonimo firmato dalla stesso Thorson, prodotta dalla HBO e destinata in patria al solo passaggio televisivo per via pare delle tematiche troppo “targhettizzate”, la pellicola di Soderbergh è una riflessione scintillante sull’arte della messinscena, coadiuvata dall’eccezionale interpretazione del suo protagonista, un Michael Douglas finalmente alle prese con un ruolo in grado di riportarne in luce tutto il talento. Senza mai scadere in facili stereotipi legati all’omosessualità – dai quali il nostro cinema è invece ancora pesantemente affetto – Behind the Candelabra documenta semplicemente la parabola di una storia d’amore tra le tante possibili. Ma non è solo un tratto di vita di Liberace ad essere oggetto del film che si concede infatti momenti più o meno approfonditi di analisi sull’apparire che si manifestano nelle -purtroppo rade – messinscene degli spettacoli del musicista, e trovano un ulteriore rispecchiamento nel vistoso e auto celebrativo privato del personaggio, tra oggettistica e ritrattistica pop, gioielli vistosi di dubbio gusto, gonfi toupè e soprattutto poi con la chirurgia plastica (strepitoso il cameo di Rob Lowe nei panni del chirurgo) che costituirà forse l’unico trait d’union tra due amanti che poco hanno in comune. Soderbergh ci mette poi del suo con immagini che si concedono abbaglianti effetti flou e l’esplicito intento derivativo dal melodramma classico americano. In particolare ad essere citato qui è Magnifica Ossessione, di Douglas Sirk mixato con Operazione diabolica di Frankenheimer (entrambi citati in occasione della plastica facciale). Nel complesso però la struttura del biopic resta intatta, forse per via anche della committenza (la HBO è adusa a questo tipo di prodotto per la tv diretto da nomi di rilievo come già accaduto con Betty Page di Mary Harron) e Soderbergh questa volta, pur utilizzando tutti i trucchi del suo raffinato mestiere, non riesce a fare di Behind the Candelabra un lavoro che sia davvero tutto suo.

DARIA POMPONIO

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