Les Salauds

Non riesce a graffiare il nuovo film di Claire Denis, nonostante il suo interessante discorso su denaro, potere e abiezione sessuale. A Cannes in Un certain regard.

Mai come in occasione della 66/esima edizione del Festival di Cannes si è vista una tale mole di pellicole incentrate sul tema del denaro. È la chimera di un montepremi da un milione di dollari che fa riunire padre e figlio on the road in Nebraska di Alexander Payne, il motore immobile delle azioni convulse dei due protagonisti di The immigrant di James Gray, è il nemico giurato, insieme al benessere borghese che è in grado di procurare, del sadico e geniale protagonista di Borgman di Alex van Warmerdam.

Ad affrontare l’argomento nella medesima annata festivaliera ma dalla vetrina d’autore di Un certain regard è anche la grande cineasta francese Claire Denis, che nel corso della sua in realtà varia filmografia, ha già raccontato con sguardo attento e sensibile le piccole grandi vicende di un proletariato duro e puro con pellicole come Nenette et Boni e 35 Rhums. In Les Salauds (I bastardi) questo il titolo del suo nuovo lavoro, l’autrice mira a porre in luce l’essenza maligna e corruttrice del denaro inteso come strumento di violenza e sopraffazione capace di contaminare ogni aspetto della società odierna, da quello economico a quello sessuale, dalla sfera pubblica a quella privata.

Protagonista e anche produttore della pellicola è uno stropicciatissimo Vincent Lindon, nei panni di Marco, un comandante di nave costretto a rientrare a Parigi dopo il suicidio del cognato. Sua sorella ha infatti doppiamente bisogno di lui: da un lato l’azienda di famiglia è sull’orlo della bancarotta, dall’altro la giovane figlia (Lola Creton) è preda di un’inarrestabile abiezione sessuale. Il responsabile di tutto ciò è un’unica persona Edouard Laporte (Michel Subor), affarista ed erotomane senza scrupoli. Per portare a termine la sua vendetta Marco decide allora di trasferirsi a vivere vicino a Laporte e di sedurre la di lui moglie Raphaelle (Chiara Mastroianni). Prima pellicola ad essere girata in digitale dalla grande cineasta francese – che, affiancata dall’inossidabile talento visivo della sua direttrice della fotografia Agnés Godard riesce a non farci rimpiangere il supporto 35mm – Les Salauds ripropone temi e elementi stilistici cari all’autrice a partire dalla texture visiva della pioggia che scende (immagine ricorrente nel suo cinema), per passare poi, attraverso l’accurata disamina dei sentimenti che coinvolgono i suoi personaggi, al discorso sullo sfruttamento.

Les Salauds è essenzialmente una riflessione sulla schiavitù: quella del denaro, dei sentimenti, della degradazione sessuale. In particolare nell’affrontare quest’ultimo aspetto però, la regista cede ad un certo schematismo che intende risolversi, senza realmente riuscirci, con qualche improvviso voltafaccia che sparigliando le carte non riesce a cogliere nel segno. Fondamentalmente insomma i proletari sono qui “i buoni” e i ricchi sono “i bastardi”, salvo improvvisi colpi di scena che ristabiliscono il caotico disordine della vita vera, sollevando così l’autrice dalla necessità di condannare i suoi personaggi. Quel che emerge però è una visione sostanzialmente negativa della sessualità, strumento di indagine da parte del protagonista e di potere da parte della sua nemesi, ma comunque “strumento”. Tutto ciò va a scontrarsi con una messinscena realistica e toccante degli amplessi che coinvolgono i personaggi di Marco e Raphaelle (Lindon e la Mastroianni sono stati amanti anche nella vita e questo forse ha facilitato l’impennata di erotismo che caratterizza la loro compresenza sullo schermo) e che costituiscono il vero e proprio nucleo pulsante del film, configurandosi come il momento in cui le varie opposizioni ricco/povero, dominatore/sottomesso si sciolgono senza più distinzione alcuna.
Resta dunque una sensazione di incompiutezza dopo la visione di questo dodicesimo lungometraggio firmato dalla Denis e la netta impressione che per qualche misteriosa ragione questa storia non fosse nelle sue corde. A consolarci restano la splendida regia, le ottime performance attoriali e, come usuale, le musiche dei Tindersticks.

DARIA POMPONIO