After Earth

Elucubrazioni para-scientifiche e interessanti annotazioni sul potere liberatorio dello sguardo. E' After Earth nuova affascinante pellicola di M. Night Shyamalan.

Il fascino dell’imperfezione è da sempre uno degli elementi chiave della poetica di M. Night Shyamalan, cantore di un’umanità “altra”, di creature fragili sempre in bilico tra un desiderio di normalità e l’accettazione delle proprie ineludibili specificità. Dopo la fallimentare incursione nel genere family-adventure con L’ultimo dominatore dell’aria, il regista di origine indiana con After Earth si lancia nel genere fantascientifico con quello che a prima vista sembrerebbe un film costruito intorno ai suoi protagonisti, ma nel quale non è difficile scorgere una prosecuzione della sua personalissima indagine sul potere dello sguardo e sui limiti dell’umano. Interessante approccio a una fantascienza umanista il cui versante scientifico è spinto fino ad un insolito versante organico, After Earth segue il classico plot da bildungsroman allargandolo oltre la diegesi, grazie al fatto di avere in scena un padre e un figlio reali, ovvero Jaden e Will Smith (autore quest’ultimo anche del soggetto per il film) impegnati in una strenua lotta per recidere il loro cordone ombelicale e definire le rispettive identità, in una realtà futuribile in cui a mancare loro sotto i piedi è proprio la “madre” terra. Sono trascorsi oltre mille anni infatti da quando il nostro pianeta, dopo secoli di vessazioni da parte degli umani, è divenuto inabitabile, costringendo i superstiti a rifugiarsi su Nova Prime. Qui il giovane Kitai, fa del suo meglio per emulare l’eroismo leggendario del padre (Will Smith) cercando di entrare come lui nel gruppo scelto dei ranger, soldati perfetti senza paura e pertanto immuni ai temibili Ursa, creature in grado di fiutare i feromoni che si scatenano nelle situazioni di pericolo e di uccidere chi si lascia vincere dal panico. Ed è proprio questa l’infausta sorte cui è andata incontro la sorella maggiore di Kitai, che per proteggere il fratellino, lo ha nascosto in una teca trasparente affrontando da sola un Ursa e finendovi in pasto. Anni dopo, un Kitai oramai adolescente, in viaggio al seguito del padre, si trova a naufragare proprio sull’inospitale pianeta terra e qui, con il genitore opportunamente immobilizzato da una grave ferita alla gamba, dovrà dimostrare di sapersela cavare da sé.

Pervaso da una simbologia spirituale non sempre convincente e appesantito, specie nella lunga parte iniziale, da annotazioni para-scientifiche che suscitano qualche inevitabile perplessità, After Earth si struttura in seguito come il più classico dei racconti di formazione, sviluppando un ritmo crescente e carico di tensione che si arricchisce strada facendo con rituali di passaggio ben dosati e dal forte portato simbolico. Se si riescono dunque a mettere da parte annotazioni sull’ “espansione del gravitone” e concetti lambiccati come quello della “spettralità” (status cui solo i senza paura possono ambire) la nuova pellicola dell’autore de Il sesto senso e di The Village funziona come un ben programmato meccanismo ad orologeria che conduce verso un climax potente e umanissimo. Sarebbe inoltre troppo semplice liquidare After Earth come un esempio di fantascienza a sfondo ecologico, elemento che in ogni caso traspira da ogni lussureggiante immagine (la fotografia è firmata da Peter Suschitzky, abituale collaboratore di David Cronenberg) di questa avventura terrena del suo giovane protagonista, perché il discorso che l’autore intende fare è assai più complesso. Tra gli argomenti, forse troppi, in analisi qui, spicca senz’altro un discorso sull’ancestrale potere esercitatato da una figura paterna di stampo patriarcale-militaristico che governa l’universo affettivo-familiare attraverso la centralità dello sguardo e della voce. Guidato a distanza da un padre immobile, il ragazzo dovrà infatti liberarsi sviluppando un proprio potere visivo e lo farà, gradualmente, attraverso l’immersione in una madre-terra apparentemente inospitale, ma le cui manifestazioni ferine evolvono rispecchiandosi dapprima in uno sciame di babbuini (antenati antropomorfi animati da un forte istinto territoriale) poi in predatori felini, infine nel fondamentale personaggio della madre-aquila, entità femminile in grado di controbilanciare lo strapotere virile e dunque liberare il ragazzo conducendolo verso la maturità e l’indipendenza. Il padre-generale ha infatti in principio un controllo totale sul raggio d’azione del protagonista, lo guida a distanza in quell’universo ostile proteggendolo dai pericoli ma di fatto anche impedendogli di esperire la realtà. Sarà solo quando la comunicazione “da remoto” con il padre immobilizzato verrà interrotta, che lo sguardo del ragazzo sarà libero di brancolare nella natura selvaggia e qui di rinascere a nuova vita, attraverso l’esperienza dei propri sensi. Nuovo post-pioniere in una wilderness condannata ad essere eternamente ri-scoperta, Kitai è dunque l’ultima incarnazione dell’eroe della frontiera; sotto il suo sguardo si dispiega tutto il mistero del (vecchio) nuovo mondo, i cui abitanti sono non a caso mandrie di bufali e scimmie antropomorfe inferocite. La realtà in cui vive il nostro protagonista è piena di filtri sia metaforici che tangibili da infrangere e lasciarsi alla spalle, c’è quello culturale-paterno e ci sono le varie membrane protettive che fisicamente proteggono il ragazzo: dalla teca-utero utilizzata dalla sorella per salvargli la vita, ai congegni repiratori in grado di ricoprire i suoi polmoni e consentirgli di respirare, a quella sorta di saracinesca semi-trasparente che all’atterraggio sulla terra lo separa dal mondo circostante.

Peccato per quell’invadenza un po’ troppo insistita del trauma familiare, con tanto di sorella-fantasma a risciacquare il senso di colpa del protagonista autorizzandolo una volta di più a camminare sulle proprie gambe, ma in fondo è solo un’altra concessione ad una struttura iperclassica, che nasconde un tumultuoso ribollire di annotazioni teoriche sull’immagine, il suono, la voce, elementi da cui il cinema non può ontologicamente liberarsi, per cancellare una volta per tutte quella membrana, organica o artificiale che sia, che si frappone tra il nostro spazio di spettatori e quello dei personaggi.

DARIA POMPONIO