Esther Williams: il cinema, un meraviglioso oppio dei popoli

A 91 anni ci lascia la "diva in costume da bagno". Ex-nuotatrice, un monumento al cinema fatuo ed espressivo del Technicolor anni Cinquanta.

Diciamolo, Esther Williams è una di quelle dive a stelle e strisce da programma di Paolo Limiti, dove non a caso fu invitata in pompa magna nel 1998. Non tanto per la sua età (è scomparsa oggi a 91 anni), quanto per il tipo di Hollywood a cui apparteneva, per quell’epoca dorata, sorridente e assai meno ingenua delle apparenze che foraggiava facili e utili miti cinematografici e culturali in tutto l’Occidente. L’Italia non era di certo da meno, ed ecco Esther Williams sbarcare alla corte di Paolo Limiti dopo moltissimi anni di lontananza dalle scene, accolta come un’icona di una splendida Hollywood che poi, se si va a vedere fino in fondo, era quasi una serie B priva di autocoscienza. Appena 21 anni di cinema è durata la sua parabola, che si stenta un pochino a definire artistica. Non le si fa gran torto, soprattutto perché lei stessa ammetteva molto umilmente di non saper recitare, e poi perché tramite la sua vicenda si conferma una volta di più la natura plastica e visiva dell’arte-cinema. Che è innanzitutto arte di sguardo, in cui l’attore è solo uno degli elementi compositivi, e talvolta il meno decisivo. La Williams incarna perfettamente questa lettura: scelta per la sua avvenenza e per le doti ginniche, fu chiamata a dar forma a una nuova veste del musical e più in generale del cinema come “prodotto da banco”. Nuotatrice e tuffatrice, il suo elemento naturale fu l’acqua, che ben si prestava sia a rutilanti coreografie sia a conseguenti sperimentazioni sul mezzo audiovisivo.

Tutta una schiera di onesti mestieranti di Hollywood si posero al suo servizio, da George Sidney a Richard Thorpe, da Robert Z. Leonard a Mervyn LeRoy, da Charles Walters al glorioso Busby Berkeley. Contesti cinematografici spudoratamente lussureggianti, sprofondati fino al ginocchio nell’epoca d’oro del Technicolor, in cui Esther Williams occupava lo spazio dell’attrazione principale. Una sorta di recupero del “cinema delle attrazioni” tramite la sfida alla geometria, al senso della misura e del gusto, talvolta anche alle leggi della fisica. Allo scorso Festival di Lecce Aki Kaurismaki si lamentava del fatto che i divi americani di oggi facciano tutto quanto “per finta” sul set, supportati costantemente dal digitale, e rimpiangeva l’epoca di Douglas Fairbanks in cui le lotte, le battaglie, le arrampicate erano tutte vere. Anche Esther Williams appartiene al tempo del divo-acrobata: nuotatrice, ballerina, scaraventata da sadici registi in situazioni e coreografie che necessitavano di notevoli doti fisiche. Una diva incapace di recitare, ma capacissima di funambolismi vietati alla maggior parte degli attori di oggi. Certo, si trattava di un cinema inteso come oppio dei popoli, vuoto, fatuo e kitsch come pochi altri, ma proprio per questo tutto eminentemente centrato su se stesso, sulle proprie tecniche e modalità espressive. Così, un cinema nato per rimbambire le platee finisce per trasformarsi (suo malgrado?) in una ricchissima fabbrica di sperimentazioni e scatenata espressività. E nel mezzo lei, Esther Williams, in costume da bagno, sorridente a pieni denti, che di quel mondo perfetto rappresentava la perfezione fisica e il totale dominio sulla realtà.

MASSIMILIANO SCHIAVONI