SCHEDA FILM
Trama: Rhoda Williams è una promettente studentessa appassionata di astronomia e fresca di ammissione al MIT (Massachusetts Institute of Technology). John Burroughs è un compositore di talento, sposato e in attesa del secondo figlio. Le vite dei due si intrecceranno fatalmente in una notte segnata da un evento straordinario: la comparsa nel cielo di un pianeta identico alla Terra.
Titolo originale Another Earth
Regia: Mike Cahill
Sceneggiatura: Brit Marling, Mike Cahill
Fotografia: Mike Cahill
Montaggio Mike Cahill
Musica: Fall On Your Sword
Cast: Brit Marling (Rhoda Williams), William Mapother (John Burroughs), Meggan Lennon (Maya Burroughs), AJ Diana (Amos Burroughs), Matthew-Lee Erlbach (Alex), Jordan Baker (Kim Williams), Flint Beverage (Robert Williams), Robin Taylor (Jeff Williams), Rupert Reid (Keith Harding)
Anno: 2011
Durata: 92′
Origine: Stati Uniti
Genere: drammatico, fantascienza
Produzione: Artists Public Domain
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 18 maggio 2012
Ormai lo spettatore medio vive con la consapevolezza che il cinema americano di genere debba necessariamente essere ripieno – proprio come se fosse un tacchino da Festa del Ringraziamento – di effetti speciali e sonori, che più che dare risalto al film ne aumentano i costi di produzione fino all’inverosimile senza badare magari al rapporto di questi con la sfera cerebrale dell’opera. Questo vale ancor di più se il genere in questione è la fantascienza (e in questo la storia del cinema da Star Wars in poi insegna). Per questo, di fronte all’economia effettistica (o meglio inesistente) di Another Earth si rimane piacevolmente sorpresi perché stavolta i cosiddetti effetti speciali non riguardano tanto la sfera dell’occhio dello spettatore quanto la mente e i sentimenti dei personaggi protagonisti del film. Il documentarista Mike Cahill esordisce alla regia con un’opera di finzione che si nasconde dietro un prototipo narrativo di fantascienza per raccontare del senso di colpa di una ragazza, che ha ucciso una donna incinta e il suo bambino di cinque anni, lasciando in vita solo un povero marito e padre ormai senza scopo di vita, mentre una notte, di ritorno da una festa, guidava ubriaca. Proprio la sera di quel tragico evento un nuovo pianeta, del tutto uguale al nostro, si affaccia alla Terra. E se lì ci fosse un altro io perfettamente uguale a noi? E se potessimo incontrarlo? Cosa faremmo? Cosa gli diremmo?
Un dramma psicologico infarcito di fantascienza filosofica, che analizza i segreti e le paure degli esseri umani, l’etica e la morale di fronte alle scienze, le tante domande che attanagliano l’uomo sul senso della vita e sulle proprie scelte, su come e quanto queste possono influenzare quelle degli altri. Insomma, dei quesiti non proprio originali e che hanno fatto la storia del cinema accostandosi a nomi come Mélies e Kubrick. Inoltre, in apparenza, Another Earth appare come il solito melodramma intessuto del senso di colpa e della perdita, come se non bastasse ridicolizzato da una sottotraccia di science fiction che non sembra quadrare molto. Tutti questi riferimenti potrebbero giocare a sfavore di questa opera prima a basso budget, che sembra incastrarsi in spiacevoli fissazioni new age, ma in realtà, Cahill e la sua protagonista/produttrice/sceneggiatrice, la splendida Brit Marling, una vera e propria scoperta, costruiscono un film di raro impatto realistico, intessuto di un soggetto che viene scardinato nel suo piano psichico e metaforico fino all’ultima analisi possibile, impreziosito dai contorni della bella prova di recitazione della sua protagonista. Cahill amplifica la sfera emotiva del personaggio femminile attraverso una regia fatta di forte uso di macchina a mano, silenzi e dialoghi scomposti, montaggio nevrotico. Mescolando inoltre l’aspetto narrativo di introspezione del dramma interiore, e quindi personale, con le sue accezioni filosofiche, e quindi universali, l’autore realizza una pellicola laicissima e asciutta sul concetto di perdono e speranza, composto attraverso una concreta metafora incentrata sul lavoro manuale della giovane Rhoda, che spazza via, pulisce letteralmente le scorie del dolore dell’uomo, così aiutandolo aiuta se stessa a trovare una nuova dimensione. Una metafora molto curata sul concetto del Doppelgänger e sulla consapevolezza reciproca che spezza in qualche modo questa binaria linea temporale aprendo nuove speranze e un futuro migliore, dove la coscienza di se stessi appare necessaria al suo fine ultimo. Speculare per certi versi al chiacchierato Melancholia di Lars von Trier, ma totalmente in opposizione nel suo sguardo al rapporto fra uomo e natura, passato e futuro, nella sua visione fra bellezza e distruzione. Lascia storditi e piacevolmente sorpresi.
Scritto il 11.05.2012