Il cinema è un’industria e un’arte, ma anche un solido mestiere che talvolta passa di padre in figlio. Certamente se non fosse stato il figlio del grande David, Brandon Cronenberg, difficilmente avrebbe avuto facilità di accesso alla sezione di Un Certain Regard della 65esima edizione del Festival di Cannes. Un figlio talmente rispettoso della figura paterna che non si preoccupa nemmeno di distaccarsi molto dai temi della sua filmografia, facendo, attraverso la vicenda metaforica di un virus che si diffonde tra le star di Hollywood, un’impietosa parodia del divismo americano. Certo tutt’altro spessore e poesia ci aveva mostrato David Lynch nel suo capolavoro Mulholland Drive per raccontare la perversione del mondo hollywoodiano, ma bisogna ammettere che anche il film di Cronenberg junior ha tratti di assoluta originalità.
Una luce lattea e accecante si accende per illuminare la storia di Syd March (Landry Jones), che lavora in una clinica dove vengono ricoverati i fan ossessionati dalle celebrità. Un’ossessione che si traduce nella scelta di farsi iniettare il sangue dei propri idoli, ma anche, inevitabilmente, dai virus che li contaminano. Syd si mette a contrabbandare i virus a una banda di criminali e finisce con iniettarsi il sangue della super celebrità Hannah Geist, da cui altri fan, in una sorta di simbolico smembramento del corpo della star-modello (o modello di star), prendono la pelle e altre parti del corpo. Le cose però non funzionano nel modo previsto e Syd quindi cerca di capire che cosa ha fallito nell’iniezione del sangue super star. Un tentativo destinato però a fallire con un’inevitabile morte, che mette fine a un crescendo di splatter, smembramenti e patologie. Quella di Brandon Cronenberg insomma è un cinema fatto di corpi e di sangue, esattamente come quello del padre, in particolare quello del primo periodo, tra gli anni Settanta e primi Ottanta (il film al quale sembra ispirarsi maggiormente è Il demone sotto la pelle). Una pellicola che più di qualche momento scabroso al suo interno, che mira direttamente allo stomaco e dove spesso il disgusto sembra prendere il sopravvento. Ma anche che, dietro la metafora, tenta una lettura in filigrana della malattia che attanaglia la società dello spettacolo del Terzo Millennio. Un’opera prima con una sua indubbia originalità e una discreta progettualità. Se la sostanza è quella del padre, prevediamo un roseo futuro di smembramenti, sangue e “nuova carne” per il novello Cronenberg.
Scritto il 21.05.2012